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*** NEWS *** Regenyal Laboratories (Landscape)

La progettazione dell’outdoor e landscape design dei Laboratories Regenyal è stata ideata con il fine di rappresentare e rendere tangibile la filosofia dell’azienda nell’archetipo progettuale del verde e degli elementi architettonici.
Lo standard del Green Injections e l’alta tecnologia che caratterizza l’azienda viene trasposta e sintetizzata nel corpo di fabbrica e nello studio del verde, e del design degli esterni.
Gli elementi  verticali minimalisti della facciata, si equilibrano con la vivacità caotica della cascata verde di vinca minor, che con dinamismo cercano di raggiungere il viale acquatico simbolo di purezza, che affianca il visitatore dall’ingresso esterno fino alle porte della hall principale.
Il giardino centrale che affianca il parcheggio presidenziale, ospita il grande logo generato dall’alternanza di siepi di Phillyrea e dalle sedute che fanno da platea al giardino sotteso tra ai corpi di fabbrica.
Questo ultimo spazio verde, ideato per ospitare cene e ricevimenti all’aperto, è cintato su un lato da rampicanti di bouganville che dalle fioriere che affiancano il viale acquatico cercano di raggiungere il cielo sotto l’esplosione di numerose fontane d’acqua, e dall’altro lato da una grande parete a specchio che riflette la scena, raddoppiando gli effetti verdi di luci ed ombre.
Il light design è studiato per valorizzare la progettazione minimalista che mixa solidità e dinamismo al complesso, così da rendere la nuova sede dei laboratories Regenyal un ambasciatrice architettonica della filosofia tecnologica e green dell’azienda.

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James Stevens Curl Docet

<… gli architetti raramente leggono: guardano solo immagini seducenti e assorbono slogan…> [Prof. James Stevens Curl_ Prefazione al libro: “Architettura e Demolizione” di Nikos Salingaros]

tendiamo in genere ad allungare troppo i nostri articoli…oggi direi che non c’è altro da aggiungere!


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Il Decostruttivismo ha un padre

Cosa si può dire ai fanatici del presente e principale paradigma quando pretendono che noi dovremmo accettare il fatto che il Decostruttivismo sia la contrapposizione al Modernismo, dopo che quest’ultimo ha dominato la scena stilistica architettonica per decenni?
Come pretendono che noi approviamo queste castronerie, quando uno dei fautori del Decostruttivismo è stato lo stesso fondatore del Movimento Moderno (Philips Johnson)?
E’ dura pretendere di creare un modello stilistico innovativo che domini per un altro secolo (dopo il “secolo modernista”)  lo scenario architettonico, oltretutto con l’intento di far credere che sia il sostituto invece che l’evoluzione di quest’ultimo.
Il Professore James Stevens Curl nella prefazione al libro “Antiarchitettura e Demolizione” di N. Salingaros, metaforizza il caso del Decostruttivismo con la fiaba danese “I vestiti nuovi dell’imperatore” scrive:
“ … “L’imperatore è nudo” è un vecchio adagio ma, nel triste caso del Decostruttivismo, è assolutamente adatto, dato che questo stile non è veramente nient’altro che modernismo in una nuova veste…”
Al di là del richiamo alla fiaba, il concetto di definire il decostruttivismo come modernismo in una nuova veste, non è solo filosoficamente giusto, ma è sotto i nostri occhi.
Noi a differenza del Prof. Curl vogliamo essere più diretti.
Per capire il concetto, basti spogliare letteralmente la maggior parte delle opere decostruttiviste dei loro involucri, più o meno tecnologici, quel che vedrete nella maggioranza dei casi,  è una pura opera modernista; oppure tradurre mentalmente i suggestivi concept che mostrano la generazione formale dell’opera, per notare che il più delle volte quest’ultima nasce da una tipica forma modernista alienata secondo qualche modificatore che ci offrono i numerosi programmi di calcolo tridimensionale.

James Stevens Curl

Andiamo però più a fondo…
Charles Jencks, noto architetto e commentatore architettonico, ha promosso per primo in maniera diretta e senza mezzi termini, l’architettura di  Peter Eisenman, Frank Gehry e Daniel Libeskind “Nuovo Paradigma Architettonico”.
Jencks oltre a dire ciò, crea legami tra il decostruttivismo e l’ambito scientifico, tirando in ballo parole come “emersione”, “frattali”e “complessità”, cercando legami (che in appositi articoli approfondiremo) con la scienza, ma che non serve scomodare uno scienziato per reputarli inadatti ai suoi scopi di promozione del  nuovo paradigma che di nuovo ha ben poco.
In realtà è noto che gli architetti decostruttivisti  abbiano fondato il loro modello su fondamenta fragili, cioè le pseudo-filosofie nichiliste dei filosofi decostruttivisti, su tutti  Jacques Derrida.

Charles Jencks

Tutte le ombre del Decostruttivismo, le approfondiremo in un capitolo a parte, per non andare  fuori tema e per non appesantire troppo questa pagina di Journal.
La cosa certa è che siamo sicuri di dire che il Decostruttivismo è il figlio del Modernismo, anche se siamo di fronte ad uno dei pochi casi isolati di un figlio che non riconosca il padre.
Oggi sappiamo benissimo che un prodotto commerciale vende più per la sua confezione che per la qualità del prodotto, allo stesso modo ha operato ed opera  oggi il Decostruttivismo, che ha pensato di vendere per nuovo un paradigma, seppur contenente un prodotto ormai raffermo.
Questa tecnica ad esempio si usa oggi per reinserire nel mercato profumi  che non hanno avuto successo in passato, rimasti in giacenza, si ridisegna la confezione e il flacone, si fanno passare per nuovi, ma la realtà è che viene venduta sempre la solita roba, che senza quella innovativa apparenza nessuno avrebbe nemmeno guardato.

Noi crediamo che il Modernismo abbia avuto un grande impulso innovatore, seppur mosso da motivi non del tutto inclini ai bisogni dell’uomo e alla natura. Di certo non si può negare la sua forza stilistica, e noi seppur spesso lo critichiamo, non ce la sentiamo di rinnegarlo totalmente come modello, che in alcune situazioni può avere addirittura la sua giusta applicazione. Il decostruttivismo invece, quando è creato come modernismo  in una nuova veste, non ha senso di esistere e lessicalmente dovrebbe essere definito al massimo come neo-modernismo.
Per questo reputiamo fandonie tutte quelle storie che ci raccontano gli archistar. Circuire gli ascoltatori ignari e ignoranti quando si è costruita una semplice opera modernista e la si è rivestita con il più strano e costoso involucro che la tecnologia mette a disposizione, non è ne decostruzionismo e nemmeno architettura, quella determinata pratica è solo una truffa ideologica ed economica, all’intelletto e alle tasche dei committenti prima e dei fruitori dell’”opera architettonica” poi.


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Tesori Naturali: Briccole

In questa epoca in cui siamo più abituati a rivisitare le forme e gli stili passati, emulandoli e restylizzandoli, più che fondarne di nuovi, dove concetti come riuso sono impugnati come scudi dai designer, architetti, che strumentalizzano la parola “sostenibilità”; un’ottima idea finalmente in tema di vero riuso, si è avuta e tutt’ora è in fase di applicazione.
Le Briccole sono come quel oggetto ignorato per anni, nel fondo del baule, che un giorno scopri avere un grande valore, lo tiri fuori e non puoi più farne a meno.

Sono pali di rovere, fondamentali per la laguna di Venezia, utilizzati  da sempre per segnalare alle imbarcazioni le parti più profonde e navigabili senza rischi.
Le briccole hanno una vita che può andare dai 10 ai 20 anni, dopo di che vengono sostituite.
Oggi la laguna appare  ricca di questi pezzi di storia, simile ad una piccola foresta, vengono conservate o recuperate per un autentico riuso, un po’ come i fossili di Kauri in Nuova Zelanda.
Le Briccole come il Kauri rispecchiano la storia e la cultura dei rispettivi luoghi, permettendo oggi di essere utilizzate nella produzioni di arredi e nel design come veri e propri pezzi unici.
Fantastici disegni scolpiti sul legno di rovere, dalla fauna marina, con il tempo, temprate dalla salsedine, rendono ogni briccola o parte di essa, un pezzo d’arte naturale.

 

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*** NEWS *** La Granja (Interior Design)

Il progetto de “La Granja” nasce con lo scopo di generare una struttura ricettiva di alto comfort e design, pur mantenendo la sua vocazione originaria di fattoria immersa nella campagna fermana.
Lo studio degli interni per cui siamo stati incaricati, è stato ideato disponendo una zona giorno al piano terra e la zona notte al piano primo, avvicinate ad uno straordinario ultimo piano che ospita un’ampia suite con una mini spa a servizio della struttura.


La sala da pranzo e l’area soggiorno che caratterizzano il piano terra sono collegate da una hall che ospita un’elegante scala, che permette la salita ai piani superiori.
Il design è stato progettato con materiali tipici della tradizione rurale, rivisitati ed abbinati con arredi e cromie dal gusto contemporaneo, per donare agli spazi un’anima elegante, senza snaturare l’origine rurale del fabbricato.


Gli ampi camini tipici degli antichi poderi agresti, introducono nel piano terra l’atmosfera e la convivialità di questa nuova realtà ricettiva, che permette di godere di ogni suo spazio fino al secondo piano, dove un’elettrizzante suite abbinata ad un’attrezzatissima mini spa, promettono un soggiorno da sogno in un luogo che purifica il corpo e l’anima, dalla confusione e dagli impegni della contemporaneità!

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Il Nero

Spesso ci troviamo a rigettare ciò che le nostre convinzioni – e soprattutto convenzioni – hanno maturato nel tempo.
Il Nero simbolo del male, della morte e degli ultimi, contrapposto al bianco segno di purezza, divinità e luce!

E se ci stessimo sbagliando?

Cosa ci ha mai spinto a considerare il Nero come qualcosa di negativo?Quando si capirà che tutto è stato invertito?
Quando si comprenderà che se proprio dobbiamo trovare un significato nei colori, è che proprio il Nero quello più adatto a rappresentare il bene, la bontà e il tutto?

Il Nero è il tutto si!
Il tutto perché ingloba l’infinità dei colori dell’iride sotto un unico atto cromatico!
Il bianco al contrario è il vero vuoto la vera assenza di colore… Newton si sbagliava, e Goethe aveva ragione nella sua teoria del colore!

Il Nero poi sarebbe associato al male e il bianco al bene… Il male dispotico e accentratore che si contrappone al bene, accogliente e democratico… Eppure è proprio il bianco se affiancato ad altri colori li spegne accentrando tutto su sé stesso! Al contrario il Nero “accende” le cromie, se affiancato ai colori li valorizza e li rende più luminosi… Volete far “brillare” un oggetto che sia dipinto o fotografato? Non vi sfiancate a rendere la sua superficie più chiara o lucente, ma assicuratevi che l’intorno sia scuro, per contrasto l’oggetto splenderà… e se non è questa generosità cromatica non so cosa lo sia!

Infine ci hanno sempre inculcato che la luce (simbolo di vita e del divino) dovrebbe essere rappresentata dal bianco e l’oscurità dal Nero! Anche questo è stato invertito, in realtà la luce non è bianca (seppur è facile rappresentarla così).

La vera realtà è che il bianco è l’unico colore che tende proprio a respingere la luce. Il Nero al contrario, la luce l’accoglie in tutto il suo spettro cromatico e si fa riscaldare e si nutre di essa.

La verità sui colori non sarà mai completamente sviscerata dall’uomo, poiché la fisica, la chimica e la geometria cromatica sono state e saranno le materie più ardue da comprendere e teorizzare.

Una cosa è però certa e che se i colori potessero parlare, eleggerebbero il Nero come loro unico vero padre da venerare

[Stefano Piccinini]



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*** NEWS *** Tramps Super Loft (Interior Design)

Restyling totale del Tramps Super Loft, un appartamento di alto lusso e design a San Benedetto del Tronto.

La linea architettonica riprende lo stile dei loft statunitensi dove l’apertura di un unico grande spazio definisce la zona giorno, suddivisa solo visivamente da arredi minimali e liliali.

Il rapporto superfici finestrate e volume della zona living ci ha portato ad utilizzare un approccio progettuale di design “pulito” con toni chiari.
Anche il light design mantiene una linea moderna e pura, così da strutturare tutto il comparto illuminotecnico con stip led a luce indiretta, generando un ambiente con ombre morbide e luci artificiali omogenee.

La zona notta in contrapposizione con la zona giorno, è stata progettata con un design scuro ed elegante, per mantenere e valorizzare l’antico pavimento in legno.

 

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I Cliff Dwellers del XXI° secolo

<Erano uomini> scriveva Lincoln Steffens <che non volevano un ufficio a meno che non fosse lassù dove l’aria è limpida e fresca, il panorama grandioso e stupendo, e dove c’è silenzio anche nel pieno dell’attività>
Le città aeree erano abitate da una nuova razza di uomini d’affari. In quel periodo li chiamavano i “Cliff dwellers”,a rievocare quelle tribù di nativi americani, antenati dei Pueblo, che vivevano in abitazioni situate nelle grotte dei canyon, a oltre centocinquanta metri di altezza.

Erano gli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del XX secolo, altri tempi direbbe qualcuno, tempi in cui vivere a centinaia di metri da terra poteva essere oltre che prestigioso anche conveniente.

Erano gli anni in cui l’aria era realmente limpida e fresca, e il panorama grandioso, non vi era una cortina di smog fotochimico che oggi irradia di oro marcio le grandi metropoli mondiali.
Non c’era un’inflazione spropositata di edifici prometeici che oggi ricreano l’ambiente metropolitano a livello di terreno, anche nei piani più alti, rendendo inutile la ricercata positiva solitudine e il silenzio, tanto decantati e voluti dai Cliff dwellers di fine XIX secolo.

Cosa resta ora a distanza di centocinquanta anni circa, di quei privilegi assegnati a pochi?
Cosa riserverebbero oggi Daniel Burnham, John Root, Louis Sullivan e i più illustri architetti di quel tempo, ai loro migliori committenti?
Di certo non punterebbero ai migliori attici nei più alti grattacieli della città, perché saprebbero che il più alto grattacielo che costruirebbero oggi, perderebbe entro pochi anni il primato dell’altezza ed entro pochi decenni l’immaginaria prestigiosa solitudine che fece dei cieli di Chicago, un esempio da seguire per decenni.

A noi oggi non stupiscono le grandi città americane che continuano la loro vertiginosa corsa per guadagnare centimetri verso il cielo, non ci stupiscono nemmeno le nuove city  (per lo più arabe) a caccia di prestigio urbano, in rapida crescita, emulanti il modello americano che per anni è stato simbolo di maestosità e forza.
Lo stupore nasce quando centri caratterizzati da un’antesignana forza culturale, decidono dopo un secolo e più di seguire un modello ormai oggi decisamente fallimentare.
Le grandi città europee preferiscono perdere la loro identità per abbracciare un modello che, (se potessero) abbandonerebbero le stesse metropoli americane pioniere di questo stile.

Milano, ultima a compiere questa trasformazione, sarà sconvolta entro pochi decenni da questo stile ormai passato.
Milano guidata in questa tarda corsa verso il cielo, da sedicenti architetti che ipocritamente fanno della sostenibilità un caduceo da impugnare per guadagnare credibilità.
Milano verrà sconvolta da uno stile costruttivo che è abbinabile alla sostenibilità ambientale come Hannibal Lecter può essere abbinato al veganesimo.

L’alternativa alla misoneista conservazione culturale di questo paese (Italia) non è, e non deve essere ricercata nell’emulazione di modelli esteri vecchi di secoli; modelli probabilmente adatti a determinati contesti e determinati periodi storici, ma il più delle volte venefici se riadattati con il solo scopo di ricreare lo stesso effetto che ha evoluto una determinata realtà urbana in passato.

L’ establishment architettonico nazionale ed europeo dovrebbe interrogarsi su tutto ciò, dovrebbe capire che per generare nuova linfa ed una nuova era culturale non si dovranno emulare modelli appartenenti ad altre epoche o altri contesti.
Fare ciò sarebbe deleterio tanto quanto conservare spasmodicamente un patrimonio culturale medioevale, cercando di annullare qualsiasi forma, idea o proposta di evoluzione edilizia.

Purtroppo le idee innovative non si originano dagli eccessivi fondi economici che alcuni governi riservano inspiegabilmente ad archistar visionariamente sterili.
Quando il jet set capirà che aggredire il cielo  con costruzioni prometeiche sarà demodè e dannoso per tutti, forse cercheranno nuove “frontiere” da riservare ai committenti più prestigiosi.
Innovative conquiste edilizie ci saranno, meno egotistiche e puerili, realmente adatte all’ambiente; non semplicemente sostenibili ma completamente fuse con la natura.

Quando questi signori capiranno che il futuro è sotto terra, forse questa nuova frontiera la sperimenteranno in maniera inconsapevole e purtroppo per loro… perpetua.

 

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5 anni di Realtà Virtuale – Il fine ultimo resta sempre la creazione (VR)

Iniziammo a sperimentare l’approccio progettuale tramite virtual reality, a fine marzo del 2016, oggi possiamo dire di aver fuso totalmente questo workflow progettuale nella nostra attività architettonica, rendendolo imprescindibile nella nostra metodologia architettonica…

Più di 40 progetti realizzati in realtà virtuale, di cui alcuni realizzati e perfezionati grazie alla virtual reality stessa.

Un’arma in più che ci ha permesso di far comprendere al meglio il progetto ai nostri committenti, ma anche un metodo di rappresentazione che ha perfezionato la comprensione progettuale alle varie maestranze che ogni giorno ci permettono di realizzare al meglio i nostri progetti.

La Virtual Reality per noi non è stata solo marketing o un’attrazione teatrale per agganciare qualche committente incuriosito da questa tecnologia, senza poi metterla in pratica realmente…

La Virtual Reality per noi non sará  mai solo un visore da mostrare, ma un percorso senza fine dove  il miglioramento realistico della realtà rappresentata dovrà rendere ogni nostra utopia, idea o concept progettuale REALIZZABILE!

Il fine ultimo resta sempre la creazione!

*** NEWS *** Wild Country House (Architecture – Interior – Outdoor design)

Wild Country House, la nuova Luxury Farmhouse che andrà a rinnovare interamente un antico casale svettante sul panorama collinoso e marino della città di Grottammare (AP).
Il carattere rurale delle strutture presenti sul fondo rustico manterranno la loro originaria vocazione, iniettando una rigenerazione stilistica che innalzerà il livello di comfort e design, così da trasformare la struttura in un organismo di alto lusso, integrato perfettamente nel contesto naturalistico.

Le strutture di consolidamento e le tecnologie per elevare il livello energetico della farmhouse saranno progettate per essere invisibili e assoggettate all’estetica rurale e al design della nuova struttura ricettiva.

Lo studio cromatico e materico dei dettagli di outodoor e interior design, studiato per valorizzare le caratteristiche costruttive esistenti faranno rivivere gli antichi muri di pietra e laterizio con l’ambizione di superere il loro splendore originario, grazie anche ad uno studio approfondito del light design, commisto ad una riprogettazione del verde esterno.

Mantenere  l’autenticità dei fabbricati esistenti e quindi del contesto circostante, è il più grande obiettivo di questa impresa progettuale, un carattere agricolo genuino, quasi selvaggio custodito da un alto livello di comfort e lusso, è la meta finale di questo restyling targato Dahlia Studios.


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*** NEWS *** El Nido (Interior Design)

La sfida del Nido, una sfida ardua una sfida dove la committenza cercava la massima funzionalità e il massimo confort raggiungibile, per una casa di diciannove metri quadrati a piano (per tre piani).

Come si può sfruttare al meglio un ambiente cosi piccolo e avere tutti gli spazi che si hanno nelle ordinarie residenze che risultano almeno tre volte più grandi?

La soluzione progettuale che abbiamo ideato è stata quella di alienare  i complementi di arredo e fonderli con le componenti strutturali, così da creare un design compatto e flessibile.
Nel progetto in questione, un ruolo fondamentale lo ricopre la scala di design che riesce ad incorporare a livello funzionale e stilistico sia il tavolo da pranzo che il divano, avvalendosi di un gioco di incastri tra piani, dove le pedate dei gradini si trasformano appunto nel tavolo e nel sofà.

Questo approccio permette di generare uno spazio molto piccolo in cui tutte le funzioni si concretizzano, a dimostrare che non esistono case troppo piccole ma solo case mal progettate.
Il risultato è un ambiente originale, con un alto livello tecnologico, seppur a livello di design sono stati mantenuti alcuni dettagli tradizionali, tipici del centro storico dove sorge l’edificio.

Le cromie variano sui toni del bianco per sfruttare al meglio i rimbalzi di luce che provengono da un solo lato (di ingresso) avvalendosi anche dell’ausilio del lucernaio sopra alla scala di design, che permette di avere una diffusione luminosa degna di una residenza con una conformazione architettonica tradizionale.

 

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Agathis australis (Kauri)

La natura è fantastica, ci mette a disposizione materiali spesso meravigliosi.

Uno di questi  è il Kauri Neozelandese (Agathis australis), una conifera antichissima che oggi è ricercata dalle più grandi aziende mondiali che producono arredi in legno.

Alcune fonti datano le sue origini a circa 150.000 anni fa (Periodo Giurassico).
E’ considerato dagli esperti uno degli alberi più antichi al mondo, oltre che contendere il record della stazza, con le sequoie giganti californiane (può arrivare fino a 50 metri di altezza).
I Tronchi del Kauri sono coperti da una particolare corteccia color grigio-blu che ha la caratteristica di squamarsi in grossi fiocchi che si accumulano intorno alla base dell’albero. Questa particolarità lo rende molto resistente dagli attacchi dei parassiti e molto longevo, non a caso l’albero più grande e anziano della Nuova Zelanda è un Kauri di 1500 anni, alto 50 metri e con una circonferenza di 15 metri, chiamato il lingua Maori “Tane Mahuta” (“il re della foresta”).
La fortuna di avere questo materiale attualmente disponibile, è stata in gran parte fortuita, avendo subìto negli ultimi secoli una grande decimazione.
Da sempre utilizzato dai Maori per la costruzioni di barche, dal 1700 i coloni europei  hanno iniziato la sua deforestazione, abbattendo con soli due secoli circa 1,2 milioni di ettari di foresta. I marinai avevano capito che il legno di tale conifera era di altissima qualità per le imbarcazioni, soprattutto per i pennoni e per gli alberi delle navi.
La fortuna di averlo disponibile è data dalla seconda componente essenziale che la natura in questo caso ci ha messo a disposizione: il terreno Neozelandese.
Il particolare fango, ha sommerso i tronchi secolari e li ha mantenuti in uno stato di conservazione perfetta, per circa 50000 anni, grandi quantità di legno sono rimaste conservate nel sottosuolo, in assenza di ossigeno.  Oggi vengono scoperte vere e proprie miniere di Kauri, tronchi perfettamente conservati, freschi di taglio. La datazione al radiocarbonio accerta l’età dei legni di Kauri fossile, che può variare dai più “giovani” di 7000 anni, ai più antichi che arrivano perfino a 50000 anni di età.
La particolare bellezza di questo prezioso legno è data, oltre che dalla caratteristica colorazione, anche dalle venature ambrate, determinate dalla grande quantità di resina che caratterizza l’albero.

L’uso di questo materiale, molto in voga negli ultimi anni, lo ha reso popolare e molto ricercato dalle aziende produttrici di arredi in legno.
Fantastici e unici i tavoli in Kauri, che possono superare i 10 metri di lunghezza.
Un materiale tanto antico quanto innovativo,  che rispetta la natura, essendo estratto da piante cadute in epoche passate.
Un materiale raro che può anche dare grossi contributi in campi artistici differenti, non solo nel design.

 

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