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I Cliff Dwellers del XXI° secolo

<Erano uomini> scriveva Lincoln Steffens <che non volevano un ufficio a meno che non fosse lassù dove l’aria è limpida e fresca, il panorama grandioso e stupendo, e dove c’è silenzio anche nel pieno dell’attività>
Le città aeree erano abitate da una nuova razza di uomini d’affari. In quel periodo li chiamavano i “Cliff dwellers”,a rievocare quelle tribù di nativi americani, antenati dei Pueblo, che vivevano in abitazioni situate nelle grotte dei canyon, a oltre centocinquanta metri di altezza.

Erano gli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del XX secolo, altri tempi direbbe qualcuno, tempi in cui vivere a centinaia di metri da terra poteva essere oltre che prestigioso anche conveniente.

Erano gli anni in cui l’aria era realmente limpida e fresca, e il panorama grandioso, non vi era una cortina di smog fotochimico che oggi irradia di oro marcio le grandi metropoli mondiali.
Non c’era un’inflazione spropositata di edifici prometeici che oggi ricreano l’ambiente metropolitano a livello di terreno, anche nei piani più alti, rendendo inutile la ricercata positiva solitudine e il silenzio, tanto decantati e voluti dai Cliff dwellers di fine XIX secolo.

Cosa resta ora a distanza di centocinquanta anni circa, di quei privilegi assegnati a pochi?
Cosa riserverebbero oggi Daniel Burnham, John Root, Louis Sullivan e i più illustri architetti di quel tempo, ai loro migliori committenti?
Di certo non punterebbero ai migliori attici nei più alti grattacieli della città, perché saprebbero che il più alto grattacielo che costruirebbero oggi, perderebbe entro pochi anni il primato dell’altezza ed entro pochi decenni l’immaginaria prestigiosa solitudine che fece dei cieli di Chicago, un esempio da seguire per decenni.

A noi oggi non stupiscono le grandi città americane che continuano la loro vertiginosa corsa per guadagnare centimetri verso il cielo, non ci stupiscono nemmeno le nuove city  (per lo più arabe) a caccia di prestigio urbano, in rapida crescita, emulanti il modello americano che per anni è stato simbolo di maestosità e forza.
Lo stupore nasce quando centri caratterizzati da un’antesignana forza culturale, decidono dopo un secolo e più di seguire un modello ormai oggi decisamente fallimentare.
Le grandi città europee preferiscono perdere la loro identità per abbracciare un modello che, (se potessero) abbandonerebbero le stesse metropoli americane pioniere di questo stile.

Milano, ultima a compiere questa trasformazione, sarà sconvolta entro pochi decenni da questo stile ormai passato.
Milano guidata in questa tarda corsa verso il cielo, da sedicenti architetti che ipocritamente fanno della sostenibilità un caduceo da impugnare per guadagnare credibilità.
Milano verrà sconvolta da uno stile costruttivo che è abbinabile alla sostenibilità ambientale come Hannibal Lecter può essere abbinato al veganesimo.

L’alternativa alla misoneista conservazione culturale di questo paese (Italia) non è, e non deve essere ricercata nell’emulazione di modelli esteri vecchi di secoli; modelli probabilmente adatti a determinati contesti e determinati periodi storici, ma il più delle volte venefici se riadattati con il solo scopo di ricreare lo stesso effetto che ha evoluto una determinata realtà urbana in passato.

L’ establishment architettonico nazionale ed europeo dovrebbe interrogarsi su tutto ciò, dovrebbe capire che per generare nuova linfa ed una nuova era culturale non si dovranno emulare modelli appartenenti ad altre epoche o altri contesti.
Fare ciò sarebbe deleterio tanto quanto conservare spasmodicamente un patrimonio culturale medioevale, cercando di annullare qualsiasi forma, idea o proposta di evoluzione edilizia.

Purtroppo le idee innovative non si originano dagli eccessivi fondi economici che alcuni governi riservano inspiegabilmente ad archistar visionariamente sterili.
Quando il jet set capirà che aggredire il cielo  con costruzioni prometeiche sarà demodè e dannoso per tutti, forse cercheranno nuove “frontiere” da riservare ai committenti più prestigiosi.
Innovative conquiste edilizie ci saranno, meno egotistiche e puerili, realmente adatte all’ambiente; non semplicemente sostenibili ma completamente fuse con la natura.

Quando questi signori capiranno che il futuro è sotto terra, forse questa nuova frontiera la sperimenteranno in maniera inconsapevole e purtroppo per loro… perpetua.

 

All rights reserved – Dahlia Studios ©Copyright 2021

*** NEWS *** Wild Country House (Architecture – Interior – Outdoor design)

Wild Country House, la nuova Luxury Farmhouse che andrà a rinnovare interamente un antico casale svettante sul panorama collinoso e marino della città di Grottammare (AP).
Il carattere rurale delle strutture presenti sul fondo rustico manterranno la loro originaria vocazione, iniettando una rigenerazione stilistica che innalzerà il livello di comfort e design, così da trasformare la struttura in un organismo di alto lusso, integrato perfettamente nel contesto naturalistico.

Le strutture di consolidamento e le tecnologie per elevare il livello energetico della farmhouse saranno progettate per essere invisibili e assoggettate all’estetica rurale e al design della nuova struttura ricettiva.

Lo studio cromatico e materico dei dettagli di outodoor e interior design, studiato per valorizzare le caratteristiche costruttive esistenti faranno rivivere gli antichi muri di pietra e laterizio con l’ambizione di superere il loro splendore originario, grazie anche ad uno studio approfondito del light design, commisto ad una riprogettazione del verde esterno.

Mantenere  l’autenticità dei fabbricati esistenti e quindi del contesto circostante, è il più grande obiettivo di questa impresa progettuale, un carattere agricolo genuino, quasi selvaggio custodito da un alto livello di comfort e lusso, è la meta finale di questo restyling targato Dahlia Studios.


RIPRODUZIONE RISERVATA
Dahlia’s Journal_©Copyright 2021 – All Rights Reserved​​

DAHLIA – Morte, Miracoli e Vita

Come ciuffi d’erba a Leimert Park, siamo fermi da quasi un secolo vegliando accidiosi  sulla carcassa mefitica di quel che resta della Dahlia  riconciliatrice di tutte le arti…
L’Architettura dopo un secolo di stasi dogmatica, ripetitiva e meccanica, standardizzata,  industrializzata, senza più una minima traccia di arte nelle vene e privata totalmente di uno spirito edonistico, come la Dahlia che grida giustizia, vuole degna sepoltura, vuole risorgere!

La sua anima chiede vendetta verso coloro che con occhiali tondi, sigari fumanti  in bocca ed ego da star, seppero cavalcare come delle perfette valchirie, i prodotti più arditi dall’industria,  generando il vero ed unico paradigma del  XX sec.
Il suo spirito commisera  coloro  che autodefinendosi iconoclasti , dopo un secolo, continuano a martoriarla, preferendo un modello stilistico tanto sovversivo quanto dannoso, passato e fuori moda.

Johnsoniani, Lecorbuseriani, progettano, copiano e poi rinnegano i loro padri, i loro idoli, cercando di distaccarsi finalmente da essi, senza però il supporto delle idee e soprattutto del buonsenso, con la pervicacia di chi non impara la lezione dal passato.

Le Gabbie culturali sono servite, sono ben salde, le abitiamo credendole loft graziosamente arredati, puri, liliali … e BIANCHI!
Il fondamentalismo geometrico ci ha inglobati, non abbiamo reale identità, siamo una generazione di cloni, partoriti e ammaestrati nelle università gestite anch’esse da cloni.

Rimaniamo ancora fermi come i ciuffi d’erba a Leimert Park mentre la Dahlia continua a morire schiacciata dal prodotto vanaglorioso dei figli e dei nipoti dell’industria, dello standard e dell’onanismo.

Basterebbe poco per liberarci dallo schiavismo ideologico architettonico industriale, e tornare ad essere servi leali della Dahlia.

Basterebbe poco a “ruotare” ed osservare  da “differenti posizioni” come gli attuali paradigmi imposti, possano modificare, generando un modello nuovo, sano e che abbia fini adatti alla natura e all’uomo

 

La Dahlia non sarà più industria, la Dahlia non sarà più standardizzazione ed espressione dell’egotismo dell’ideatore…

La Dahlia risorgerà e sarà la riunificatrice delle arti, rispettando e distaccandosi totalmente dai passati paradigmi, con i soli fini edonistici, alessandrini e biofilici che l’uomo ha sempre abbracciato e per sempre esigerà.

 

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