L’architettura come macchina del tempo analogica, un pezzo di hardware primitivo fatto di cemento e sole.
L’architettura come una tecnologia primitiva per hackerare il tempo.
Questo é possibile, probabilmente realizzabile, forse esplicabile a livello accademico.
Questo è stato frutto di richiami nei nostri progetti presenti e passati, nei nostri pamphlet e, forse, lo sarà anche in un prossimo manuale, per hackerare il tempo!
L’architetto contemporaneo siede alla scrivania, accarezza un campione di materiale cannettato, guarda la texture stampata a rilievo e pensa, sinceramente, di fare una scelta giusta.
Il committente chiede una facciata a zero manutenzione, l’architetto vuole salvare il pianeta: il compromesso perfetto sembra essere lì, in quel listello di WPC (Wood-Plastic Composite) appena estratto dalla scatola campionaria.
I Geometri che stilano i capitolati lo specificano nei computi con il cuore leggero, vittime di un’inconsapevolezza diffusa e di una narrazione di marketing estremamente astuta.
Sono stati informati così, malinformati che il WPC sia la quintessenza dell’edilizia verde.
Il ragionamento che viene loro servito è tanto semplice quanto fallace: siccome utilizza plastica riciclata, si inserisce nel virtuoso “ciclo della plastica”.
Si toglie la cattiva plastica dal mondo, la si mischia con degli scarti di segheria, e si crea un materiale nuovo, eterno, perfetto!
Sulla carta, un trionfo dell’economia circolare ma nella realtà una delle più grandi ipocrisie dell’architettura contemporanea.
Gran parte dei progettisti, appena dispone di un committente disposto a spendere “qualcosa in più” sigilla gli edifici con segatura tenuta insieme da polietilene, polipropilene o PVC.
Il vero problema, il motivo per cui il WPC dovrebbe essere ormai considerato un materiale tecnologicamente e moralmente obsoleto da limitare nell’uso, non risiede solo nell’impossibilità di riciclarlo a fine vita, il vero dramma si consuma mentre il materiale è in opera.
Questi involucri finto-ecologici vengono piazzati in esterno: sotto il sole cocente, esposti ai raggi UV, alla pioggia, al vento e alle escursioni termiche, spesso in località marittime esposte anche alla salsedine.
Il materiale nel tempo modifica la sua estetica e il suo colore iniziale (senza avere la possibilità di rivitalizzarlo come il vero legno), ma quel che è peggio si micro-sfalda rilasciando nell’aria microparticelle di plastica.
Mentre il committente si rilassa nel suo dehor “sostenibile”, convinto di essere avvolto dal calore della natura, in realtà sta respirando i residui volatili di un polimero in decomposizione, e quel che è peggio li fa respirare al resto della città.
Dobbiamo considerarlo a prescindere il male assoluto?
Sicuramente no! Noi stessi nei nostri progetti lo abbiamo usato, lo usiamo e lo useremo in futuro, soprattutto per pavimentazioni dove è richiesta una scarsa manutenzione.
Il problema risiede sempre nell’esagerazione delle cose, nel suo uso massivo e soprattutto nell’utilizzo in contesti dove è possibile evitarlo.
Quello che andiamo fortemente a criticare non è come già detto il fatto che venga utilizzato e migliorato (soprattutto dai brand leader che lo rendono sempre più sicuro)… la critica sorge quando viene definito eco-sostenibile e con esso quando lo si utilizza per dare forza ai propri progetti auto definendoli l’ultima frontiera della sostenibilità e del green, questa per noi è l’architettura ipocrita.
Quindi basterebbe definirlo per quello che è: un prodotto comodo di facile progettazione, un materiale edile la cui forza è la semplicità di applicazione e di resa estetica, piuttosto che un prodotto di sostenibilità.
E le alternative?… Le alternative ci sono, e oltre che essere ovviamente molto più sostenibili dei wpc, sono altrettanto (se non di più) estetiche e di comoda progettazione/applicazione/manutenzione, tutto sta a conoscerle.
Nei prossimi articoli di questo Journal presenteremo un prodotto molto innovativo che è già sul mercato da 10-15 anni, ma risulta purtroppo ai più sconosciuto.
Continuate a seguirci.
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Lontano dalla pressione quotidiana, circondata da natura incontaminata, in un bosco, affacciato sul mare Adriatico… sembrerebbe la descrizione di un’utopistica dimora da sogno, invece è il nuovo progetto targato Dahlia Studios per la trasformazione mediante demolizione e ricostruzione della nuova Grove House.
La residenza è custodita all’interno della tenuta di proprietà “A Casa da Angelo” nel Comune di Grottammare (AP), ed affaccia, come il resto del fondo, sul mare Adriatico.
Gli spazi della casa sono studiati per creare un senso di intimità su ogni angolo dell’abitazione, quindi ambienti spazialmente non dispersivi, così da creare l’effetto cocooning.
Un altro tema essenziale è l’uso del verde, non tanto con il posizionamento di piante all’interno della residenza, quanto mediante l’apertura di ampie vetrate verso il panorama e verso il boschetto che circonda e custodisce l’abitazione.
La luce naturale ha anch’essa un ruolo fondamentale, calda e soft.
Come nel caso delle baite o delle case rurali che erano illuminate da un sole coperto da nuvole e dalla vegetazione, e di notte dalle candele, anche nella Grove House si è voluto creare una luce che penetrasse tra gli alberi attraverso le ampie vetrate, carica di riflessi ma soprattutto di ombre.
I materiali che compongono la Grove House sono principalmente acciaio della struttura e il legno delle finiture, perfettamente bilanciati per equilibrarsi tra loro, accompagnati da colori desaturati e polverosi e da arredi composti da tessuti pesanti e tattili.
Il caminetto, onnipresente nei progetti del Dahlia Studios, per diffondere calore sensoriale all’interior design, con il profumo della legna appena tagliata, cosi ‘da far godere ogni attimo all’ospite della abitazione, il tutto fasciati da una coperta su una poltrona che avvolge e protegge, mentre si assiste ad un temporale all’esterno.
Questo è quello che si vuole creare nei progetti del Dahlia Studio… quello che viene considerato l’approccio cocooning…quello che è la Grove House, pura emozione prima che uno spazio architettonico ben arredato.
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Domus Barnaba nasce come un’opera che reinterpreta la grammatica delle architetture sacre per trasferirne i valori sul piano dell’esperienza umana e naturale.
La sacralità qui non è rivolta al trascendente ma al presente: è offerta dalla bellezza, dalla natura che entra nell’edificio e dall’edonismo come pratica consapevole del piacere e del benessere del qui e ora.
In un’epoca disincantata, l’architettura può ancora essere tempio — ma di un culto nuovo, laico, sensuale. Qui, ogni gesto quotidiano — dormire, mangiare, toccare, respirare — è elevato a rito. Il piacere non è più colpa, ma preghiera.
La composizione volumetrica si mostra con una veste compatta dal retrogusto gotico, dominata e stemperata dai grafemi tipici dell’architettura agricola marchigiana che viene improvvisamente interrotta sulla sua sommità, esaltando il fascino del “non finito” che apparentandosi a quello delle Rovine, donano all’architettura quella quarta dimensione che è IL TEMPO.
La composizione planimetrica organizza la sequenza come una processione laica.
Dove tradizionalmente appariva l’altare, trova posto la cucina luogo di creazione, di materia e adiacente ad essa si staglia la navata principale ovvero la sala ristorante, luogo di comunione e degustazione.
Le camere ipogee sono disposte sotto il livello del terreno, un’esperienza di ritorno alla terra, con luce controllata e vista verso l’orizzonte.
La Spa completamente interrata occupa il cuore dell’edificio come una catacomba-rifugio, atmosfere di penombra, materiali materici e percorsi d’acqua evocano la protezione e il segreto delle cantine monastiche.
Lo spazio superiore che subisce l’interruzione edificatoria della copertura, apre ad un riservato giardino pensile con vista panoramica a 360 gradi, parzialmente coperto da un sistema caotico di rampicanti e di travature che vogliono portare il verde più selvaggio all’interno dell’edificio, quasi da riconsegnare alla memoria gli sventurati eventi sismici del 2016, e le tante, troppe opere rimaste abbandonate alla natura e alla decadenza del tempo.
L’architettura usa materiale antico e contemporaneo per parlare di continuità: legno strutturale per le capriate, pietra e laterizi locali, calce e superfici tattili.
L’interruzione del tetto in legno assume le sembianze di un crollo controllato: travi spezzate, aperture vegetate, suoli che riconnettono interno ed esterno affidati al sistema Harpo.
Il giardino sul tetto è elemento rituale che rinnova il legame con la terra e con la stagione, mentre gli spazi ipogei richiamano la profondità, il riposo e la memoria collettiva.
Domus Barnaba è un progetto che rovescia il paradigma, la sacralità non è più promessa ultraterrena ma esperienza sensuale e presente.
Qui si cerca il benessere presente, la gioia dei sensi, la cura del corpo e della natura.
L’edificio è pensato come un santuario aperto al mondo, un luogo dove gli esseri umani e le piante convivono, celebrano e si rigenerano.
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La Domus Barnaba è pronta per rivelarsi al pubblico, la maquette concettuale anticipatoria è stata svelata. Prossimamente il progetto completo.
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Il progetto Skybound Shed rappresenta un nuovo approccio all’architettura rurale marchigiana, che combina la tradizione contadina con le esigenze del comfort contemporaneo.
Questa dimora è stata progettata per chi vuole vivere la campagna in modo edonistico, ricongiungendosi con i valori antichi della vita contadina senza perdere le comodità odierne.
La struttura è realizzata con materiali naturali, il legno è il materiale principale e insieme ai laterizi antichi di recupero dei vecchi ruderi, si fondono in modo indissolubile con l’ambiente circostante.
La facciata principale è caratterizzata da grandi finestre che si affacciano sulla campagna, offrendo una vista panoramica unica sulla natura e sulla riviera adriatica.
La perfetta simmetria delle facciate dell’edificio richiama alla tradizione dell’architettura, all’equilibrio delle forme e alla praticità del mondo contadino vestita di genuinità, compattezza e stabilità.
La netta contrapposizione sul piano verticale della residenza – estremamente voluta – tra il fronte est (vista mare) e il fronte ovest vero e proprio lato “B” della casa, riporta anche qui alla ripartizione che avveniva nelle case contadine, in quel caso sull’asse orizzontale tra il piano terra destinato alle stalle e il piano primo alle stanze del fattore.
Qui sul fronte principale est, che potremmo definire “Ala Nobile” sono disposte tutte le funzioni principali dove il fruitore vive l’abitazione: la zona giorno, la cucina, sia le camere da letto del piano terra che le camere con spa del piano primo.
Nel lato ovest sono disposte invece le aree a supporto della casa, non abitative, come i servizi igienici, l’ingresso, la zona destinata a cabine armadio delle camere-spa del piano primo, la sala cinema e la spa.
Internamente al piano terra la zona giorno è ampia e luminosa, con un caminetto che crea centralità e un’atmosfera accogliente e calda.
La cucina è stata progettata per essere funzionale e moderna, decentrata ma allo stesso tempo connessa con la zona giorno come nelle case tradizionali marchigiane.
Sul fronte est-angolo sud sorge le camere da letto padronale, spaziosa e confortevole con grande affaccio vetrato sulla campagna e una cabina armadio connessa alla camera stessa spaziosa e interamente vetrata.
Sul fronte est, lato opposto alla camera, è disegnata una comoda palestra con spa, connessa direttamente alla piscina esterna mediante aperture finestrate.
Il fronte ovest contiene le funzioni di servizio oltre ai servizi igienici di piano e un’intima sala cinema.
Il piano primo accessibile dalla zona giorno del piano terra, progettata a doppia altezza per enfatizzare l’imponenza della proprietà, apre inizialmente su un salottino superiore, adatto per piccoli ricevimenti o come zona relax dove godersi il massimo della vista panoramica sulle note di un pianoforte a coda.
Il salottino è anche un’anticamera alle due ali nord e sud che ospitano altre due camere da letto panoramiche.
Tali camere da letto del piano superiore, definite Bedroom-Spa o Panoramic-Bedroom, molto luminose e confortevoli, uniche nel suo genere e vere killer application dell’intera proprietà, sono dotate di una grande vasca da bagno e doccia, aperte come il resto della camera verso il panorama che circonda lo Skybound Shed.
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Il progetto del Tramps Super Loft è frutto di un attento studio della preesistente abitazione che era composta da dettagli e pavimentazioni di alto pregio, scarsamente valorizzati dalle proporzioni inusuali delle stanze, della divisione spaziale e dalle finestrature di dimensioni ridotte.
L’interno è stato così rivisitato mediante l’apertura della zona giorno, gli spazi sono stati svuotati delle tramezzature superflue e sono state ampliate le aperture finestrate.
La luce insieme alle cromie liliali delle pareti si diffondono nell’interior e donano nuova linfa alle antiche pavimentazioni in legno della zona notte e alle nuove del living, che sono state selezionate con attenzione per mantenere una coerenza materica che viene stravolta da una posa moderna, ideata intenzionalmente per creare uno strappo visivo con il passato.
Anche il light design mantiene una linea moderna e pura, così da strutturare tutto il comparto illuminotecnico con stipled a luce indiretta, generando un ambiente con ombre morbide e luci artificiali omogenee, escludendo totalmente l’utilizzo di lampadari a sospensione e artefatti di design che andrebbero a sconvolgere l’ortodossia progettuale.
Gli arredi moderni caratterizzati da linee pulite e il rigore delle forme rendono l’interno un gioiello di warm minimalism.
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Siamo nell’era della fuffa, non c’è niente da fare, fuffa-guru , fuffa-formatori, fuffa-mental coach dappertutto…
Il campo dell’Architettura negli ultimi tempi sta subendo anch’esso questo fenomeno e si è riempito di tali figure che sono andate ad aggredire il campo dei Premi di Architettura che potremmo chiamare per comodità fuffa-premi o fuffa-award.
Questi Concorsi, invece di celebrare l’eccellenza progettuale e l’innovazione architettonica, si trasformano in meri strumenti di marketing e legittimazione per chi è disposto a pagare per ottenere visibilità.
-Come funziona la cosa?:
Tutto parte da una prima fase di “avvicinamento” dove il fuffa-banditore del fuffa-premio invita spesso telefonicamente ma anche via mail lo studio di architettura designato, che può decidere autonomamente se aderire o no (spesso gli studi meno conosciuti decidono autonomamente di contattare il fuffa banditore per partecipare).
Il fuffa banditore informa lo studio di architettura in modo chiaro che il concorso è reale (si deve “essere scelti” o si deve “risultare vincitori”) per poi spiegargli che una volta che si risulta idonei o “premiati” si deve affrontare una serie di spese per ricevere il premio, fare parte di cataloghi del premio stesso oltre che partecipare alle kermesse di premiazioni.
In genere ci sono vari pacchetti di adesione in base ovviamente al grado di visibilità e quindi al prezzo.
Si avete letto bene non esiste un premio in denaro o un riconoscimento simbolico che si riceve, si deve letteralmente pagare per ricevere il premio e la pubblicità che esso comporta (poi una piccola targhetta la riservano, acquistata ovviamente con i vostri soldi).
L’aspetto controverso è proprio questo e risiede nella dinamica che lega il riconoscimento al denaro, piuttosto che alla qualità del progetto: chi paga, riceve il premio. In un settore che dovrebbe essere guidato dal merito, questa cosa rischia di minare la credibilità di tutta la professione.
Cosa dire invece della giuria(?), quando esiste, raramente è composta da professionisti di comprovata esperienza, ma piuttosto da figure spesso colluse con l’organizzazione che gestisce il premio, la quale ha tutto l’interesse a mantenere il flusso di denaro costante.
-Lo studio che aderisce è da considerarsi “truffato” o parte della “truffa”?
Secondo il nostro parere gli studi che aderiscono a ciò sono la parete portante della “truffa” e della “recita”, poiché spesso tali fuffa-premi sono ben presentati e le parti in cui il pagamento è a carico dello studio, è ben spiegato nelle fasi di iscrizione.
Il fuffa-studio che aderisce a tutto ciò secondo noi risulta essere scorretto nei confronti del settore e dei suoi competitor (per il semplice fatto che spacciare un fuffa-premio per un premio reale potrebbe dare più o meno credibilità all’operato dello studio stesso verso un pubblico non informato), c’è poi da considerare anche la componente del foraggiamento che fa sì che tali fuffa-premi, quando ricevono adesioni, possano solo incoraggiare il fenomeno e aumentare nel tempo.
-Perché uno studio aderisce a questi fuffa-award?
Il nostro parere è che questi premi fittizi, spesso molto costosi, sono appetibili principalmente a studi giovani, ma anche meno giovani che però vogliono guadagnare credibilità in poco tempo, con un pubblico geograficamente vicino. Infatti tali pratiche sono spesso un boomerang come dimostra il mercato oltreoceano dove questi premi segnano la credibilità di molti studi giovani, prima ancora di iniziare la carriera professionale.
Cosa si può fare, Quale sarebbe la soluzione?
Non crediamo nell’immobilismo e nel fare finta di nulla.
Considerando che “alla lunga” tali fuffa-award diventano boomerang, come già detto, o comunque premi con le gambe corte e di legno, il nostro scopo è quello di informare e sensibilizzare , cercando di fare capire ai membri di questi studi che investono in tali pratiche pubblicitarie a dir poco discutibili, che tutto questo non porta benefici a lungo termine e che se si riesce ad avere cifre a tre o quattro zeri da investire e buttare in questo modo, foraggiando un sistema al limite della truffa, forse è più intelligente investire su corsi di formazioni (verificati e reali) o su risorse umane da integrare nei propri organici.
Questa dovrebbe essere sempre la scelta migliore che permetterebbe di guadagnarsi gli obiettivi giorno per giorno in modo onesto e forse di vincere un giorno premi reali e meritati.
Crediamo anche nel ruolo degli Ordini di architettura e Ingegneria oltre che negli Architetti più anziani o nei Critici, che dovrebbero prima di tutti fare luce su tali pratiche, creando ad esempio delle “black list” per isolare tali concorsi e non dare vita facile ai furbetti banditori e i meno furbi ma audaci studi che aderiscono a tutto ciò.
Questo articolo non vuole fare di tutta l’erba un fascio, ma fare luce su queste attività ancora poco conosciute ma al limite della legalità, certamente poco etiche a livello deontologico. Ovviamente tutti i premi (maggiori e secondari) non sono uguali, molti anche se ristretti geograficamente sono validi, premiano e mostrano la vera eccellenza. Questo scritto vuole solo aiutare a riconoscere ciò, consigliando sempre di vedere cosa “c’è dietro” un concorso a premi.
Non vogliamo tirarci l’ira di qualche collega piccato e con la coda di paglia che ha ricevuto premi lecitamente conquistati e onestamente mostrati, anzi crediamo che coloro che sono nel giusto dovrebbero fare luce e fare conoscere queste pratiche che abbiamo voluto oggi esporre.
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- ingl. [der. di (to)cocoon«proteggere come in un bozzolo»]
L’Autunno è arrivato, le giornate si accorciano, il cielo sereno inizia a cedere il passo alla pioggia, il fascino del cocooning viene fuori.
Ma cosa è l’effetto cocooning e come può essere creato o enfatizzato grazie al design?
Il cocooning effect è quello stato fisico e mentale in cui ci chiudiamo in casa, lontani dalle incombenze quotidiane, chiudendo fuori dalla porta lo stress e il caos della società odierna.
Per generare al meglio l’effetto coconing ovviamente non basta chiudersi nella propria dimora ma serve allestirla con arredi, materiali, luci e dettagli vari così da renderla come un “bozzolo” ricco di confort e benessere.
Il soggiorno è così che diventa una sala cinema, la cucina diviene un luogo di sperimentazione e condivisione, una poltrona posta vicino ad una grande finestra su un bel panorama si trasforma in una sala lettura e la camera e il bagno possono mutare in delle vere e proprie spa.
Come realizzare al meglio tutto ciò, ed enfatizzare questo effetto straordinario?
Noi abbiamo proposto 7 punti progettuali, che possono essere seguiti anche da chi non è del mestiere:
- Personalizzazione: Saper comprendere con empatia il gusto del committente è essenziale, dalla personalizzazione e dalla comprensione dei gusti dei nostri clienti passa tutto. La standardizzazione legata all’essere umano è ormai parte del passato (non ci annoieremo mai di dirlo), per questo il primo punto per una buona progettazione è concentrarsi sulle caratteristiche dei committenti, far leva sui loro gusti per generare il maggior carico emotivo e ritagliare un progetto cucito perfettamente addosso ad essi.
- Colori desaturati e Materiali Naturali: Una volta individuato il gusto del cliente si dovrà scegliere la gamma dei colori e dei materiali. Per quanto riguarda la gamma cromatica si potrà progettare un ambiente scuro o chiaro, ma di certo la scelta dovrà ricadere sulla desaturazione dei colori e sulla loro “polverosità”, evitando di introdurre pareti con colorazioni pure.
Contemporaneamente alla scelta dei colori, i materiali dovranno essere scelti per equilibrare le cromie, prestando attenzione alla selezione degli stessi che dovranno essere il più possibile naturali, coerenti con il contesto in cui sorgerà il progetto.
Così, ad esempio la scelta di pavimenti in legno per le baite o per le cascine saranno molto indicate anche per la loro capacità di risvegliare il senso olfattivo e uditivo.
- Spazi Compatti e Ampie finestre: La progettazione spaziale, assieme al progetto cromatico/materico, è essenziale. Per un buon effetto cocooning dovremmo creare degli “angoli di confort” da custodire rispetto agli ampi open space della casa, preferibili in una progettazione contemporanea, ma che in genere tendono a rovinare il cocooning effect.
Quindi nel caso di progetti di nuove residenze dovremmo impegnarci in fase progettuale a riservare questi angoli nelle zone in cui sorgeranno le finestrature più ampie che aprano possibilmente su un panorama degno di nota.
Immaginate di godervi un temporale in questi angoli di casa, avvolti da un plaid mentre si sorseggia una tazza di tè riscaldati da un caminetto acceso? Wow! - Il Caminetto, l’udito e l’olfatto: Progettare un interno non significa solo progettare la forma e i materiali, ma saper generare le migliori sensazioni andando a toccare tutti e cinque i sensi. Per questo motivo come già accennato un ruolo fondamentale è svolto dal caminetto e da una fiamma viva scoppiettante in generale. Wright tendeva inserirlo non a caso in quasi tutti i suoi progetti, tirando in ballo anche il principio del tokonoma giapponese. Noi semplicemente crediamo che il caminetto sia uno dei migliori complementi di arredo per generare sensazioni piacevoli anche nel senso olfattivo (con l’odore di legna appena tagliata pronta per ardere) e ancor più nel senso uditivo con il rumore rilassante del fuoco che scoppietta.
- Arredi tattili e avvolgenti: Generalmente la scelta degli arredi sono un punto cardine per una buona progettazione.
Nel raggiungimento del massimo livello di cocooning faremo una considerazione distinguendo gli arredi “fissi” e gli arredi “mobili”. Per i primi (ad esempio cucina, pareti attrezzate ecc.) noi del Dahlia Studio optiamo per realizzarli con materiali naturali, possibilmente utilizzando un design minimal e pulito, così da avere un bilanciamento con gli “arredi mobili”, che secondo il nostro avviso dovrebbero essere avvolgenti, pesanti, realizzati con stoffe o materiali tattili, dai colori anch’essi desaturati (tornando all’esempio della poltrona degli angoli panoramici)
- La giusta scelta delle Luci: Una delle componenti progettuali che quasi tutti gli studi di architettura tralasciano o lasciano progettare a terzi è la progettazione del comparto illuminotecnico. Non occorre dire che tale progettazione, secondo noi, dovrebbe andare di pari passo alla progettazione spaziale e cromatico/materica, per il semplice motivo che grazie alla luce (artificiale) saremo in grado di perfezionare l’opera e l’effetto scenico nelle ore notturne. La progettazione dei tre livelli gerarchici di luce: luminosità ambientale, luminosità focale e gioco di bagliori, sono essenziali per rendere perfetto ogni progetto.
Disegnare la luce, quindi utilizzando effetti indiretti, dimmerabili con componenti di luci focali, sono essenziali per dare un’ampia versatilità di effetti che potranno essere settati in base all’attività della casa o in base allo stato d’animo dei fruitori della stessa. - Dettagli e Pezzi Unici: Per completare al meglio l’opera, la scelta dei dettagli e dei pezzi unici risulta infine fondamentale. Per questo ultimo punto si rimanda al primo, la personalizzazione, che è essenziale per inserire all’interno di ogni progetto i “pezzi unici” che dovranno rendere unico l’ambiente. Quest’ultimi dovranno essere scelti secondo le necessità e i gusti dei committenti, saranno degli oggetti o dei complementi di arredo che addirittura potranno da soli creare l’effetto cocooning. Le opere d’arte sono un esempio di “pezzi unici” che possono creare ciò, come anche una vasca di design, un angolo con vasi e piante selezionate dal cliente o un pezzo vintage.
Per concludere ribadiamo l’importanza del primo punto, la personalizzazione, che dovrebbe regolare ed ispirare al meglio tutti gli altri sei punti da noi sintetizzati, per far sì che ognuno di noi possa comprendere l’importanza del design per generare sensazioni positive e rendere la casa il miglior posto dove desiderare di stare.
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Lontano dalla pressione quotidiana, circondata da natura incontaminata, in un bosco, affacciato sul mare Adriatico… sembrerebbe la descrizione di un’utopistica dimora da sogno, invece è il nuovo progetto targato Dahlia Studios per la trasformazione mediante demolizione e ricostruzione della nuova Grove House.
La residenza è custodita all’interno della tenuta di proprietà “A Casa da Angelo” nel Comune di Grottammare (AP), ed affaccia, come il resto del fondo, sul mare Adriatico.
Gli spazi della casa sono studiati per creare un senso di intimità su ogni angolo dell’abitazione, quindi ambienti spazialmente non dispersivi, così da creare l’effetto cocooning.
Un altro tema essenziale è l’uso del verde, non tanto con il posizionamento di piante all’interno della residenza, quanto mediante l’apertura di ampie vetrate verso il panorama e verso il boschetto che circonda e custodisce l’abitazione.
La luce naturale ha anch’essa un ruolo fondamentale, calda e soft.
Come nel caso delle baite o delle case rurali che erano illuminate da un sole coperto da nuvole e dalla vegetazione, e di notte dalle candele, anche nella Grove House si è voluto creare una luce che penetrasse tra gli alberi attraverso le ampie vetrate, carica di riflessi ma soprattutto di ombre.
I materiali che compongono la Grove House sono principalmente acciaio della struttura e il legno delle finiture, perfettamente bilanciati per equilibrarsi tra loro, accompagnati da colori desaturati e polverosi e da arredi composti da tessuti pesanti e tattili.
Il caminetto, onnipresente nei progetti del Dahlia Studios, per diffondere calore sensoriale all’interior design, con il profumo della legna appena tagliata, cosi ‘da far godere ogni attimo all’ospite della abitazione, il tutto fasciati da una coperta su una poltrona che avvolge e protegge, mentre si assiste ad un temporale all’esterno.
Questo è quello che si vuole creare nei progetti del Dahlia Studio… quello che viene considerato l’approccio cocooning…quello che è la Grove House, pura emozione prima che uno spazio architettonico ben arredato.
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Abbiamo sperimentato le potenzialità dell’intelligenza artificiale dando in pasto ad un’IA i tratti salienti di una nostra personalissima ed ipotetica villa dei sogni, con risultati più che discreti:
Direttive del prompt:
Forma esterna(1° render):
– Forma in stile contemporaneo/parametrico (priva di angoli e copertura tradizionale)
– ampie vetrate aperte al panorama alternate ad aree della villa con interni totalmente chiusi e blindati verso l’esterno
– ingresso pedonale con ampia scala
-ingresso carrabile uscente dall’interrato con rampa carrabile nascosta dalla forma stessa della casa
Interni (2° render):
– Grande divano con lungo fireplace minimalista (il fireplace si poteva fare meglio)
– Pavimenti, muri e Mobili scuri con ampie vetrate
– grandi librerie, illuminazione indiretta con soffitto (tetto) in vetro (?)
Contesto esterno: Terreno isolato da tutto con vista su un vulcano attivo e in un luogo con meteo costantemente in uno stato pre-temporalesco e temporalesco
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