Prossimamente presenteremo la nuova residenza-studio della influencer del beauty Ksenia Okis, fondatrice di Okis Brow.
Restiamo in contatto…
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Prossimamente presenteremo la nuova residenza-studio della influencer del beauty Ksenia Okis, fondatrice di Okis Brow.
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L’architetto contemporaneo siede alla scrivania, accarezza un campione di materiale cannettato, guarda la texture stampata a rilievo e pensa, sinceramente, di fare una scelta giusta.
Il committente chiede una facciata a zero manutenzione, l’architetto vuole salvare il pianeta: il compromesso perfetto sembra essere lì, in quel listello di WPC (Wood-Plastic Composite) appena estratto dalla scatola campionaria.
I Geometri che stilano i capitolati lo specificano nei computi con il cuore leggero, vittime di un’inconsapevolezza diffusa e di una narrazione di marketing estremamente astuta.
Sono stati informati così, malinformati che il WPC sia la quintessenza dell’edilizia verde.
Il ragionamento che viene loro servito è tanto semplice quanto fallace: siccome utilizza plastica riciclata, si inserisce nel virtuoso “ciclo della plastica”.
Si toglie la cattiva plastica dal mondo, la si mischia con degli scarti di segheria, e si crea un materiale nuovo, eterno, perfetto!
Sulla carta, un trionfo dell’economia circolare ma nella realtà una delle più grandi ipocrisie dell’architettura contemporanea.
Gran parte dei progettisti, appena dispone di un committente disposto a spendere “qualcosa in più” sigilla gli edifici con segatura tenuta insieme da polietilene, polipropilene o PVC.
Il vero problema, il motivo per cui il WPC dovrebbe essere ormai considerato un materiale tecnologicamente e moralmente obsoleto da limitare nell’uso, non risiede solo nell’impossibilità di riciclarlo a fine vita, il vero dramma si consuma mentre il materiale è in opera.
Questi involucri finto-ecologici vengono piazzati in esterno: sotto il sole cocente, esposti ai raggi UV, alla pioggia, al vento e alle escursioni termiche, spesso in località marittime esposte anche alla salsedine.
Il materiale nel tempo modifica la sua estetica e il suo colore iniziale (senza avere la possibilità di rivitalizzarlo come il vero legno), ma quel che è peggio si micro-sfalda rilasciando nell’aria microparticelle di plastica.
Mentre il committente si rilassa nel suo dehor “sostenibile”, convinto di essere avvolto dal calore della natura, in realtà sta respirando i residui volatili di un polimero in decomposizione, e quel che è peggio li fa respirare al resto della città.
Dobbiamo considerarlo a prescindere il male assoluto?
Sicuramente no! Noi stessi nei nostri progetti lo abbiamo usato, lo usiamo e lo useremo in futuro, soprattutto per pavimentazioni dove è richiesta una scarsa manutenzione.
Il problema risiede sempre nell’esagerazione delle cose, nel suo uso massivo e soprattutto nell’utilizzo in contesti dove è possibile evitarlo.
Quello che andiamo fortemente a criticare non è come già detto il fatto che venga utilizzato e migliorato (soprattutto dai brand leader che lo rendono sempre più sicuro)… la critica sorge quando viene definito eco-sostenibile e con esso quando lo si utilizza per dare forza ai propri progetti auto definendoli l’ultima frontiera della sostenibilità e del green, questa per noi è l’architettura ipocrita.
Quindi basterebbe definirlo per quello che è: un prodotto comodo di facile progettazione, un materiale edile la cui forza è la semplicità di applicazione e di resa estetica, piuttosto che un prodotto di sostenibilità.
E le alternative?… Le alternative ci sono, e oltre che essere ovviamente molto più sostenibili dei wpc, sono altrettanto (se non di più) estetiche e di comoda progettazione/applicazione/manutenzione, tutto sta a conoscerle.
Nei prossimi articoli di questo Journal presenteremo un prodotto molto innovativo che è già sul mercato da 10-15 anni, ma risulta purtroppo ai più sconosciuto.
Continuate a seguirci.
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Nel cuore della ricerca progettuale contemporanea, Dahlia Studio firma il proprio spazio di lavoro con un gesto radicale e poetico: The Black Lodge, un flagship office che diventa manifesto della filosofia dello studio stesso.
Lo spazio si configura come un luogo raccolto, mistico e senza tempo, dove l’architettura non è solo esercizio tecnico ma diventa rito, esperienza, condensazione di idee e passioni.
Qui i progetti non si limitano a nascere: si forgiano, si plasmano, si affinano in un ambiente che restituisce al nero la sua dignità di colore totale, inclusivo e generoso, le visioni si esaltano nella materia cromatica del “Nero Dahlia”.
Qui non si celebra il design come prodotto di consumo, ma come esperienza culturale e relazionale, un terreno di confronto tra chi non si lascia imbrigliare dalle convenzioni.
Lo spazio oscuro e avvolgente invita alla concentrazione e al dialogo, alla ricerca di un senso che non si esaurisce nella forma ma si radica nella sostanza.
La cifra stilistica del progetto si fonda sul concetto di deep drenching, ovvero l’uso massivo e avvolgente del “Nero Dahlia”, un grigio/bruno scuro che permea pareti, arredi e superfici, creato appositamente per l’occasione.
Non un semplice colore, ma un vero e proprio campo percettivo che ingloba e comprime le cromie, restituendo al “nero” la sua dignità di “re dei colori”.
Il “Nero Dahlia” diventa così il medium attraverso cui lo spazio si trasforma in un contenitore di passioni architettoniche, un luogo che accoglie e amplifica la creatività.
In un ambiente dominato dall’oscurità, la luce non è mai neutra: è teatrale, indiretta, calibrata. Proiettori e tagli luminosi costruiscono scenari teatrali, illuminando plastici architettonici che diventano parte integrante del racconto. La luce non si limita a rendere visibile: scolpisce, rivela, nasconde.
Così, ogni progetto esposto nello studio si trasforma in rappresentazione, in frammento di un dialogo più ampio tra architettura e cultura. La luce, diventa strumento di confronto, un invito a guardare oltre la superficie.
La distribuzione interna si articola attraverso setti vetrati, che dividono gli spazi solo a livello spaziale e non visivo, favorendo una percezione fluida e continua.
Le librerie invisibili, integrate ai muri perimetrali e celate da pareti scorrevoli, dissolvono la presenza dell’archivio, rendendolo parte della struttura stessa. La conoscenza non invade lo spazio, ma vi si fonde, contribuendo alla sua essenzialità.
The Black Lodge non è uno studio nel senso convenzionale, ma un laboratorio di idee.
La sua oscurità non è negazione, ma condensazione; non è assenza, ma totalità.
In questo spazio, i colori si comprimono e si dissolvono, generando un’atmosfera che invita alla concentrazione, alla riflessione e alla creazione.
Un luogo che si sottrae al tempo e alle mode, per diventare simbolo di un pensiero progettuale che si nutre di intensità e profondità.
The Black Lodge è più di un semplice flagship office, è un manifesto architettonico, un’esperienza sensoriale che ribalta le convenzioni cromatiche e spaziali, trasformando il nero in materia viva e generosa, capace di accogliere e valorizzare la luce, le idee e le passioni di chi lo abita.
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Prima anteprima del nostro nuovo Flagship Office sito in Grottammare (Ap).
Prossimamente il progetto completo degli interni, in stile deep drenching
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Il progetto di restyling della Sunrise Mansion ha il fine di riconsiderare un imponente fabbricato anni Settanta composto da due piani fuori terra oltre un piano seminterrato, per un totale di circa mille metri quadri, con l’intento di rivisitarlo e ridisegnarlo in stile contemporaneo, più leggero e soprattutto sostenibile.
Altre novità riguardo la Sunrise Mansion prossimamente.
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The Edge,la villa panoramica di alto lusso che verrà edificata su un crinale nel cuore del Piceno, si presenta come uno spazio meta spaziale, dove l’outdoor si proiettata negli interni generando ambienti di luce e atmosfere con un alto livello di comfort visivo e funzionale.
Il concept del corpo di fabbrica non é stato concepito in modo autoreferenziale e formalmente distinto, ma viene plasmato dello studio degli spazi interni.
Così come la radice concettuale dell’esterno prende vita dallo studio preliminare dell’Interior con la creazione di volumi semplici ma articolati, anche lo spazio interno viene modellato e concepito dai sublimi scenari esterni che vanno a riflettere nei materiali e negli arredi, la semplicità naturalistica mista ad eleganza dei luoghi in cui sorge la Villa.
Lo studio paesaggistico delle aree che circondano l’edificio vuole anche esso far parte dell’atmosferizzazione dell’interno della casa, proiettando le lunghe ombre dei pinus pinea attraverso le ampie vetrate, che riescono anche ad intercettare i riflessi da sud,est e ovest, dei manti erbosi, degli arbusti floreali che mutano il loro colore secondo le stagioni, ma anche dallo specchio d’acqua che riproduce e raddoppia la vista panoramica della verdeggiante valle,moltiplicando in modo infinitamente frattale il Placido benessere sensoriale di The Edge Panoramic Luxury House.
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Il progetto di restyling dell’outdoor del Club23 mira alla valorizzazione e al potenziamento dell’identità del centro balneare, riproponendo le cromie del bianco e del giallo senape che vanno a rinnovare e rilanciare la sua brand identity.
L’ampio spazio esterno contenuto tra il volume che ospita il bar e il volume che accoglie il ristorante, viene tagliato in due parti da un vialetto pedonale che conduce gli ospiti dall’ingresso del lungomare alla spiaggia.
La posizione del vialetto genera una zonizzazione interna all’outdoor composta:
– da un salottino vista mare identificato da alti tavoli e alte sedute ideale per aperitivi al tramonto,
– un’area più ampia vicina all’ingresso composta da arredi adatti per soste più prolungate, pranzi e cene.
– il giardino interno preesistente viene mantenuto essendo un elemento identitario del Club 23
Il vialetto, il salottino verso mare e la sala ristorante, oltre alle varie sotto-aree dell’outdoor vengono collegate da un sistema di vasi che adornano e arricchiscono il complesso esterno.
La bicromia dei vasi:
-Bianchi (fissi) per accogliere le siepi floreali di agapanthus “navy blue”, kniphofie hybrida ‘Bees’ Lemon, Leucanthemum, oltre che per le grandi Cycadaceae;
-Giallo senape (amovibili), posti anche tra i tavoli, atti ad accogliere le varietà di Strelitziaceae,
creano dinamicità e versatilità di arredo nelle varie aree del grande outdoor.
Il design viene arricchito anche da importanti pannelli di design, lavorati con taglio laser,propongono un pattern grafico che viene riproposto in modo frattale anche tra i vari complementi di arredo, menu , stationeries.
Il progetto prevede anche un restyling illuminotecnico, con la sostituzioni di lampade da terra della serie “Atmosphere” collezione Karman, oltre all’utilizzo nei punti strategici dell’outdoor dei caminetti totem in bioetanolo, per offrire un’atmosfera distensiva e rilassante nelle ore notturne.
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Prime Still del restyling del Peacock Old Palace
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Siamo nell’era della fuffa, non c’è niente da fare, fuffa-guru , fuffa-formatori, fuffa-mental coach dappertutto…
Il campo dell’Architettura negli ultimi tempi sta subendo anch’esso questo fenomeno e si è riempito di tali figure che sono andate ad aggredire il campo dei Premi di Architettura che potremmo chiamare per comodità fuffa-premi o fuffa-award.
Questi Concorsi, invece di celebrare l’eccellenza progettuale e l’innovazione architettonica, si trasformano in meri strumenti di marketing e legittimazione per chi è disposto a pagare per ottenere visibilità.
-Come funziona la cosa?:
Tutto parte da una prima fase di “avvicinamento” dove il fuffa-banditore del fuffa-premio invita spesso telefonicamente ma anche via mail lo studio di architettura designato, che può decidere autonomamente se aderire o no (spesso gli studi meno conosciuti decidono autonomamente di contattare il fuffa banditore per partecipare).
Il fuffa banditore informa lo studio di architettura in modo chiaro che il concorso è reale (si deve “essere scelti” o si deve “risultare vincitori”) per poi spiegargli che una volta che si risulta idonei o “premiati” si deve affrontare una serie di spese per ricevere il premio, fare parte di cataloghi del premio stesso oltre che partecipare alle kermesse di premiazioni.
In genere ci sono vari pacchetti di adesione in base ovviamente al grado di visibilità e quindi al prezzo.
Si avete letto bene non esiste un premio in denaro o un riconoscimento simbolico che si riceve, si deve letteralmente pagare per ricevere il premio e la pubblicità che esso comporta (poi una piccola targhetta la riservano, acquistata ovviamente con i vostri soldi).
L’aspetto controverso è proprio questo e risiede nella dinamica che lega il riconoscimento al denaro, piuttosto che alla qualità del progetto: chi paga, riceve il premio. In un settore che dovrebbe essere guidato dal merito, questa cosa rischia di minare la credibilità di tutta la professione.
Cosa dire invece della giuria(?), quando esiste, raramente è composta da professionisti di comprovata esperienza, ma piuttosto da figure spesso colluse con l’organizzazione che gestisce il premio, la quale ha tutto l’interesse a mantenere il flusso di denaro costante.
-Lo studio che aderisce è da considerarsi “truffato” o parte della “truffa”?
Secondo il nostro parere gli studi che aderiscono a ciò sono la parete portante della “truffa” e della “recita”, poiché spesso tali fuffa-premi sono ben presentati e le parti in cui il pagamento è a carico dello studio, è ben spiegato nelle fasi di iscrizione.
Il fuffa-studio che aderisce a tutto ciò secondo noi risulta essere scorretto nei confronti del settore e dei suoi competitor (per il semplice fatto che spacciare un fuffa-premio per un premio reale potrebbe dare più o meno credibilità all’operato dello studio stesso verso un pubblico non informato), c’è poi da considerare anche la componente del foraggiamento che fa sì che tali fuffa-premi, quando ricevono adesioni, possano solo incoraggiare il fenomeno e aumentare nel tempo.
-Perché uno studio aderisce a questi fuffa-award?
Il nostro parere è che questi premi fittizi, spesso molto costosi, sono appetibili principalmente a studi giovani, ma anche meno giovani che però vogliono guadagnare credibilità in poco tempo, con un pubblico geograficamente vicino. Infatti tali pratiche sono spesso un boomerang come dimostra il mercato oltreoceano dove questi premi segnano la credibilità di molti studi giovani, prima ancora di iniziare la carriera professionale.
Cosa si può fare, Quale sarebbe la soluzione?
Non crediamo nell’immobilismo e nel fare finta di nulla.
Considerando che “alla lunga” tali fuffa-award diventano boomerang, come già detto, o comunque premi con le gambe corte e di legno, il nostro scopo è quello di informare e sensibilizzare , cercando di fare capire ai membri di questi studi che investono in tali pratiche pubblicitarie a dir poco discutibili, che tutto questo non porta benefici a lungo termine e che se si riesce ad avere cifre a tre o quattro zeri da investire e buttare in questo modo, foraggiando un sistema al limite della truffa, forse è più intelligente investire su corsi di formazioni (verificati e reali) o su risorse umane da integrare nei propri organici.
Questa dovrebbe essere sempre la scelta migliore che permetterebbe di guadagnarsi gli obiettivi giorno per giorno in modo onesto e forse di vincere un giorno premi reali e meritati.
Crediamo anche nel ruolo degli Ordini di architettura e Ingegneria oltre che negli Architetti più anziani o nei Critici, che dovrebbero prima di tutti fare luce su tali pratiche, creando ad esempio delle “black list” per isolare tali concorsi e non dare vita facile ai furbetti banditori e i meno furbi ma audaci studi che aderiscono a tutto ciò.
Questo articolo non vuole fare di tutta l’erba un fascio, ma fare luce su queste attività ancora poco conosciute ma al limite della legalità, certamente poco etiche a livello deontologico. Ovviamente tutti i premi (maggiori e secondari) non sono uguali, molti anche se ristretti geograficamente sono validi, premiano e mostrano la vera eccellenza. Questo scritto vuole solo aiutare a riconoscere ciò, consigliando sempre di vedere cosa “c’è dietro” un concorso a premi.
Non vogliamo tirarci l’ira di qualche collega piccato e con la coda di paglia che ha ricevuto premi lecitamente conquistati e onestamente mostrati, anzi crediamo che coloro che sono nel giusto dovrebbero fare luce e fare conoscere queste pratiche che abbiamo voluto oggi esporre.
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L’Autunno è arrivato, le giornate si accorciano, il cielo sereno inizia a cedere il passo alla pioggia, il fascino del cocooning viene fuori.
Ma cosa è l’effetto cocooning e come può essere creato o enfatizzato grazie al design?
Il cocooning effect è quello stato fisico e mentale in cui ci chiudiamo in casa, lontani dalle incombenze quotidiane, chiudendo fuori dalla porta lo stress e il caos della società odierna.
Per generare al meglio l’effetto coconing ovviamente non basta chiudersi nella propria dimora ma serve allestirla con arredi, materiali, luci e dettagli vari così da renderla come un “bozzolo” ricco di confort e benessere.
Il soggiorno è così che diventa una sala cinema, la cucina diviene un luogo di sperimentazione e condivisione, una poltrona posta vicino ad una grande finestra su un bel panorama si trasforma in una sala lettura e la camera e il bagno possono mutare in delle vere e proprie spa.
Come realizzare al meglio tutto ciò, ed enfatizzare questo effetto straordinario?
Noi abbiamo proposto 7 punti progettuali, che possono essere seguiti anche da chi non è del mestiere:
Per concludere ribadiamo l’importanza del primo punto, la personalizzazione, che dovrebbe regolare ed ispirare al meglio tutti gli altri sei punti da noi sintetizzati, per far sì che ognuno di noi possa comprendere l’importanza del design per generare sensazioni positive e rendere la casa il miglior posto dove desiderare di stare.
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Prime still del nuovo locale targato Dahlia Studios: Afterlife – Disco Sauna Club – Nice (France)
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“Alga è una spiaggia, un beach bistrot, un ristorante, un cocktail bar. Ma Alga è soprattutto un luogo semplice e un lusso sussurrato”
Il progetto del restyling della concessione 75 sul lungomare di San Benedetto del Tronto è concepito con l’intento di sintetizzare e rendere design gli aspetti mediterranei e le peculiarità che il mare regala quotidianamente ai cinque sensi.
Le brezze marine, gli odori e i suoni soavi della spiaggia vengono enfatizzati dal design dell’interior e dell’outdoor, in modo discreto, sussurrando eleganza.
Gli ampi e morbidi tendaggi progettati per accogliere le brezze marine donano tranquillità, affiancate al movimento sinuoso e leggero delle piccole spighe delle siepi di stipa, dei pennisetum e delle cortaderie.
Arredi di alto lusso, collezione Varaschin contraddistinti da legni pregiati e dettagli in corda, l’utilizzo di rivestimenti delle collezioni punto up di Mutina ornano il bancone e il suo ripiano in legno di faggio selezionato, un elemento di alto design, grazie anche alla sua realizzazione customizzata.
Le lampade a sospensione Ali e Baba di Karman rendono l’ambiente unico, grazie anche ai fasci di luce indiretta nascosti e discreti, che riescono a rendere lo chalet, anche nelle ore serali, un gioiello di Quiet Luxury
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