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*** NEWS *** Pancake Flat (Interior Design)

Il pancake flat è un progetto di interni, di un nuovo appartamento inserito in una nuova realtà condominiale a Grottammare (AP).
Interior caratterizzato da un design pulito e candido, morbido nelle cromie e nei materiali ed arredi.
Lo studio del light design è stato ideato per riflettere l’armonia e la delicatezza dei suppellettili nello studio delle luci, così da optare per un impianto  principalmente  strutturato con strip led generanti luce diffusa, e alcuni pensili e luci puntuali con uno stile mite e funzionale.
Lo stile minimale e l’educazione cromatica hanno quindi generato un design confortevole, luminoso e mai noioso, capace di caratterizzarsi in base a chi vive la casa.

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*** NEWS *** Hard Meadow Loft (Interior Design)

Il progetto prevede la ristrutturazione integrale del piano primo, di un futuro loft immerso nel verde piceno.
La concettualizzazione della prateria nel disegno degli interni ha generato un ambiente dall’aspetto country con dettagli ed inclinazioni industriali cosi da rendere la linea naturalistica esterna, più moderna ed accattivante grazie alle contaminazioni industrial style.
Un “Hard Country” a tutti gli effetti che si materializza, oltre che sul design, anche sullo studio delle cromie che variano dalla gamma di verdi desaturati evocanti atmosfere  bucoliche ed equestri, fino ad arrivare alla scala dei grigi e dall’uso di metalli grezzi e corpi illuminanti tipiche dei loft industriali dove il reuse e lo shabby giocano un ruolo essenziale all’aspetto della linea stilistica finale.

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Non copiare le riviste, copia la Natura

Quello che oggi insegnano nelle università di architettura, prima di iniziare l‘attività di composizione architettonica (o di design),  è riassumibile dalla serie di click che il mouse compie per visualizzare sul pc il primo sito utile di raccolta di immagini di architetture più o meno realizzate, che servirebbero (a detta loro) ad offrirci, l’unico impulso di ispirazione progettuale.

Il “riferimento architettonico” lo chiamano, per noi da sempre rappresenta il principale contraccettivo di idee nella pratica architettonica.

L’insufficienza di idee che accomuna la grande maggioranza dei professori universitari, e dei loro assistenti, si riversa molto spesso sui discenti, che per ovvi motivi vengono considerati sprovvisti della minima visione ideologica, e vengono costretti purtroppo a scopiazzare modelli architettonici che il più delle volte hanno anche l’aggravante di essere delle prometeiche opere di archistar.

Il risultato è  l’appiattimento ideologico progettuale degli studenti, e la conseguente omologazione dei progetti che scaturiscono da esso, così che il sedicente professore, circondato dagli iloti assistenti, il giorno dell’esame è costretto a valutare gli allievi tramite metodi risibili di valutazione, come ad esempio: la qualità grafica degli elaborati, la precisione della realizzazione dei modellini tridimensionali o il più delle volte dall’avidità della leccata di culo…(ops, questo cancelliamolo)  in base alla capacità di asservimento dello studente in esame.

Dovrebbero prima di tutto bandire le riviste nelle università; poi bloccare nelle linee interne accademiche i siti dove compiere ricerche dei “riferimenti architettonici”; ed infine selezionare al meglio i professori da porre nei laboratori di progettazione architettonica.
Le riviste lasciamole alle allampanate signore di mezza età il cui hobbie preferito è improvvisarsi interior designer e restylizzare la casa compulsivamente ogni primavera.
Nelle linee intranet accademiche bloccate oltre ai siti di pornografia, anche i siti di sodomia architettonica… E i professori sceglieteli per merito non per “successione programmata”, nemmeno appartenessero a dinastie faraoniche.

L’architettura è una scienza ed un’arte allo stesso tempo. A differenza di quello che insegnavano alcuni celebri rappresentanti  del movimento moderno, non è di facile comprensione e di facile esecuzione.
Di certo per rendere agevole la pratica architettonica il metodo migliore non è la sterile imitazione e il conseguente adattamento di forme già progettate da altri architetti, in contesti differenti e con funzioni distinte, come cercano di insegnarci questi nocivi docenti.
Non vogliamo generalizzare e non considerare le pur numerose eccezioni.
Esistono molti professori che, non solo rispettano il loro importantissimo lavoro, ma riescono anche ad essere d’ispirazione agli studenti.
Purtroppo però, come spesso avviene in questa nazione, la parte positiva è in netta minoranza rispetto all’inettitudine e alla inidoneità della maggioranza.

E allora quale sarebbe il giusto approccio iniziale all’attività architettonica?
La risposta potrebbe essere ampia, troppo discorsiva e quindi (in questo contesto) infruttuosa; di certo escludiamo assolutamente l’azione di imitazione ai modelli esistenti.
In questo Journal, possiamo solo delineare la nostra analisi per la quale:
Ogni progetto ha una sua funzione.
Ogni progetto ha un suo contesto.
Ogni progetto ha un contesto che con il tempo modifica la sua conformazione.
Ogni progetto quindi è differente da un altro, e non esisteranno mai progetti in contesti uguali e con funzioni identiche. L’architettura di imitazione ha saputo solo generare architetture infelici e malsane.
Il futuro sarà l’architettura della personalizzazione.
Le variabili progettuali sono tante e a volte troppe, il percorso progettuale è lungo e articolato; ma se proprio si è costretti ad imitare qualcosa, l’unico modello da prendere come  spunto resta sempre e solo la natura.

Se non si riesce ad avere un’inventiva fruttuosa e benefica, commista ad un metodo progettuale positivo; copiando la natura, per lo meno si limiterebbero di tanto gli errori che giorno per giorno, vengono riproposti in ogni progetto concepito per imitazione.


p.s.: E allora che fine dovrebbero fare le riviste di settore???… oltre che guarnire il portariviste dell’eburneo bagno delle signore di cui sopra… Potrebbero benissimo essere utilizzate dai professionisti (architetti e designer); ma non prima di iniziare una progettazione; semmai successivamente, nelle fasi finali di rifinitura e di perfezionamento del progetto finito architettonico.


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*** NEWS *** A Casa da Angelo

Il progetto del restyling dell’outdoor del relais A Casa da Angelo, immerso nella natura e con una finestra privilegiata sul mare e sul panorama Grottammarese, si concentra principalmente nella riprogettazione degli spazi esterni e del bar a servizio della piscina.


Pur mantenendo uno stile rurale nei materiali, il nuovo volume ideato vuole essere parte integrante della progettazione esterna, così da connettersi con i vialetti, i terrazzamenti e con le pareti verdi che adornano il complesso.

Viene creato un nuovo sistema pedonale che connette i tre livelli del relais:

-il pianoro principale dell’agriturismo e delle camere da letto,
-il livello intermedio della terrazza verde posta sopra al nuovo volume edificato,
-l’ultimo livello più basso che accoglie gli spazi adiacenti alla piscina, spazi di puro relax immersi nel verde, dove il panorama fa da padrone.

I viali di connessione e gli spazi di sosta e ricreazione rappresentati dai pianori verdi vengono sfumati e interconnessi dalle pareti di ingegneria naturalistica e dalle zone cespugliate con essenze arbustive e arboree tipiche della macchia mediterranea.

Gli ulivi preesistenti vengono ri-valorizzati dal sistema del verde di piccola taglia, e dallo studio illuminotecnico che è strutturato per generare zone illuminate e zone d’ombra, quest’ultime importantissime per donare al contesto naturalistico una progettazione moderna, lussuosa, ma pur sempre al servizio del panorama e del contesto naturalistico ospitante il relais.


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*** NEWS *** Caiateam Garden

La stimolante sfida della progettazione del Caiateam Garden, ci ha permesso di sperimentare una dicotomia stilistica, innestata in un contesto ad alta densità edilizia, con l’intento di creare un’area verde a servizio degli uffici dell’omonima azienda.

Il traguardo è stato quello di realizzare un giardino al piano terra all’interno di un ambito urbano con una forte impronta edilizia, che vada ad ogni ora del giorno ad isolare coloro che godono di tale spazio.

Da quei nasce la dicotomia stilistica di utilizzare corten a taglio laser con grafemi stilizzati, per non rinnegare il contesto e lo stile urbano, abbinato ad un progetto del verde dal gusto orientale e zen.

Il punto cardine del progetto risiede nella fontana al centro del giardino che vuole ricreare il principio del tokonoma e della centralità negli interni giapponesi,  insieme alla concettualizzazione del Shishi-odoshi e dello Tsukubai.
In particolare viene ripreso e ri-stilizzato quest’ultimo principio che nella tradizione giapponese era volto a far sì che l’ospite che si accingesse a entrare nella sala da tè fosse pulito sia nel corpo che nella mente, tanto che i maestri allestivano un apposito giardino atto a rilassare lo spirito, mettendo a disposizione una brocca di acqua per lavare le mani.
Come dimostra la filosofia giapponese dello tsukubai, lo specchio d’acqua centrale posto all’ingresso del cuore del nostro giardino vuole pulire l’avventore di qualsiasi stress e contaminazione dello spirito, per donare preziosi minuti di pausa o momenti post-lavorativi di alto design, con un retrogusto di spiritualità orientale.

Il suono dell’acqua che sgorga dalla fontana di corten che riprende il principio del Shishi-odoshi è parte integrante della progettazione, così che la pianificazione uditiva va a completare il trittico sensoriale insieme alla progettazione visiva e olfattiva del Caiateam Garden.

Le silenziose barriere di bamboo, insieme allo studio del light design, attorniano gli spazi isolandoli dal contesto circostante che viene arredato soprattutto nella parte retrostante, dove troviamo un focolaio che permette di generare numerose situazioni di convivialità, ricca emotivamente e sensorialmente, dall’alto livello di design.

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Vitruvio e la Personalizzazione Architettonica

Abbiamo spesso criticato lo stile modernista e i costanti richiami allo standard brutale.
Abbiamo spesso argomentato perché oggi, più che in passato, l’architettura ha bisogno di una ricerca  che risponda alla customizzazione, piuttosto che ai modelli industriali preconfezionati.

Oggi ribadiamo tutto ciò chiamando in causa Vitruvio e il suo De Architettura, analizzando un piccolo ma significativo passo del suo trattato (I Libro).

Quando Vitruvio parla delle sei categorie dell’architettura, esponendole una per una in modo dettagliato, si sofferma sull’ultima di queste, la distributio, dove palesemente  espone la sua visione architettonica in tema di personalizzazione.
Si afferra bene tra le righe di questo estratto del trattato, la sua idea nonostante i restanti libri non siano sempre chiari, criticati in passato da Leon Battista Alberi principalmente per il pedestre registro linguistico.

Il criterio di distributio è per noi fondamentale per ribadire la linea anti standard che caratterizzava nella gloriosa antichità, le opere che noi contempliamo ieraticamente oggi.

L’ultima frase riassume tutta la visione vitruviana riguardo la personalizzazione, che per noi è una caratteristica fondamentale nella progettazione architettonica; trascrivendo:
“Insomma occorre saper destinare a ciascuno il tipo di abitazione che meglio risponda ai suoi bisogni.”

Noi lo ripeteremo all’infinito che la diversità del contesto dove sorge l’opera architettonica (semplice residenza o opera pubblica che sia), e le diverse caratteristiche dei fruitori dell’edifico, implicano una progettazione che mai potrà essere creata in maniera seriale, con l’intento di accontentare tutti, perché gli ultimi decenni ci mostrano che accontentare tutti vuol dire soddisfare nessuno!
Gli unici che traggono profitto dalla pratica architettonica standardizzata sono gli stessi progettisti (architetti, ingegneri ecc) e i costruttori, che riescono a piazzare un prodotto con scarsa qualità e una superficiale ricerca architettonica.

Non possiamo e non dobbiamo puntare a piazzare e vendere le opere architettoniche standardizzate come fossero partite alimentari scadute, come ci insegnano le università e come ci hanno insegnato i maestri modernisti.

L’attuale crisi architettonica e urbanistica, delle periferie è stata generata principalmente da questo superficialismo architettonico.
Conoscere non solo le opere dell’antichità (viaggiando e visitandole direttamente) è importante, ma è altrettanto importante conoscere il criterio che le ha generate, così da donare ai nostri posteri le stesse bellezze che oggi contempliamo grazie ai nostri antenati.

 

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*** NEWS *** The Edge (Architecture)

The Edge,la villa panoramica di alto lusso che verrà edificata su un crinale nel cuore del Piceno, si presenta come uno spazio meta spaziale, dove l’outdoor si proiettata negli interni generando ambienti di luce e atmosfere con un alto livello di comfort visivo e funzionale.

Il concept del corpo di fabbrica non é stato concepito in modo autoreferenziale e formalmente distinto, ma viene plasmato dello studio degli spazi interni.

Così come la radice concettuale dell’esterno prende vita dallo studio preliminare dell’Interior con la creazione di volumi semplici ma articolati, anche lo spazio interno viene modellato e concepito dai sublimi scenari esterni che vanno a riflettere nei materiali e negli arredi, la semplicità naturalistica mista ad eleganza dei luoghi in cui sorge la Villa.

 

 

Lo studio paesaggistico delle aree che circondano l’edificio vuole anche esso far parte dell’atmosferizzazione dell’interno della casa, proiettando le lunghe ombre dei pinus pinea attraverso le ampie vetrate, che riescono anche ad intercettare i riflessi da sud,est e ovest, dei manti erbosi, degli arbusti floreali che mutano il loro colore secondo le stagioni, ma anche dallo specchio d’acqua che riproduce e raddoppia la vista panoramica della verdeggiante valle,moltiplicando in modo infinitamente frattale il Placido benessere sensoriale di The Edge Panoramic Luxury House.




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James Stevens Curl Docet

<… gli architetti raramente leggono: guardano solo immagini seducenti e assorbono slogan…> [Prof. James Stevens Curl_ Prefazione al libro: “Architettura e Demolizione” di Nikos Salingaros]

tendiamo in genere ad allungare troppo i nostri articoli…oggi direi che non c’è altro da aggiungere!


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Il Decostruttivismo ha un padre

Cosa si può dire ai fanatici del presente e principale paradigma quando pretendono che noi dovremmo accettare il fatto che il Decostruttivismo sia la contrapposizione al Modernismo, dopo che quest’ultimo ha dominato la scena stilistica architettonica per decenni?
Come pretendono che noi approviamo queste castronerie, quando uno dei fautori del Decostruttivismo è stato lo stesso fondatore del Movimento Moderno (Philips Johnson)?
E’ dura pretendere di creare un modello stilistico innovativo che domini per un altro secolo (dopo il “secolo modernista”)  lo scenario architettonico, oltretutto con l’intento di far credere che sia il sostituto invece che l’evoluzione di quest’ultimo.
Il Professore James Stevens Curl nella prefazione al libro “Antiarchitettura e Demolizione” di N. Salingaros, metaforizza il caso del Decostruttivismo con la fiaba danese “I vestiti nuovi dell’imperatore” scrive:
“ … “L’imperatore è nudo” è un vecchio adagio ma, nel triste caso del Decostruttivismo, è assolutamente adatto, dato che questo stile non è veramente nient’altro che modernismo in una nuova veste…”
Al di là del richiamo alla fiaba, il concetto di definire il decostruttivismo come modernismo in una nuova veste, non è solo filosoficamente giusto, ma è sotto i nostri occhi.
Noi a differenza del Prof. Curl vogliamo essere più diretti.
Per capire il concetto, basti spogliare letteralmente la maggior parte delle opere decostruttiviste dei loro involucri, più o meno tecnologici, quel che vedrete nella maggioranza dei casi,  è una pura opera modernista; oppure tradurre mentalmente i suggestivi concept che mostrano la generazione formale dell’opera, per notare che il più delle volte quest’ultima nasce da una tipica forma modernista alienata secondo qualche modificatore che ci offrono i numerosi programmi di calcolo tridimensionale.

James Stevens Curl

Andiamo però più a fondo…
Charles Jencks, noto architetto e commentatore architettonico, ha promosso per primo in maniera diretta e senza mezzi termini, l’architettura di  Peter Eisenman, Frank Gehry e Daniel Libeskind “Nuovo Paradigma Architettonico”.
Jencks oltre a dire ciò, crea legami tra il decostruttivismo e l’ambito scientifico, tirando in ballo parole come “emersione”, “frattali”e “complessità”, cercando legami (che in appositi articoli approfondiremo) con la scienza, ma che non serve scomodare uno scienziato per reputarli inadatti ai suoi scopi di promozione del  nuovo paradigma che di nuovo ha ben poco.
In realtà è noto che gli architetti decostruttivisti  abbiano fondato il loro modello su fondamenta fragili, cioè le pseudo-filosofie nichiliste dei filosofi decostruttivisti, su tutti  Jacques Derrida.

Charles Jencks

Tutte le ombre del Decostruttivismo, le approfondiremo in un capitolo a parte, per non andare  fuori tema e per non appesantire troppo questa pagina di Journal.
La cosa certa è che siamo sicuri di dire che il Decostruttivismo è il figlio del Modernismo, anche se siamo di fronte ad uno dei pochi casi isolati di un figlio che non riconosca il padre.
Oggi sappiamo benissimo che un prodotto commerciale vende più per la sua confezione che per la qualità del prodotto, allo stesso modo ha operato ed opera  oggi il Decostruttivismo, che ha pensato di vendere per nuovo un paradigma, seppur contenente un prodotto ormai raffermo.
Questa tecnica ad esempio si usa oggi per reinserire nel mercato profumi  che non hanno avuto successo in passato, rimasti in giacenza, si ridisegna la confezione e il flacone, si fanno passare per nuovi, ma la realtà è che viene venduta sempre la solita roba, che senza quella innovativa apparenza nessuno avrebbe nemmeno guardato.

Noi crediamo che il Modernismo abbia avuto un grande impulso innovatore, seppur mosso da motivi non del tutto inclini ai bisogni dell’uomo e alla natura. Di certo non si può negare la sua forza stilistica, e noi seppur spesso lo critichiamo, non ce la sentiamo di rinnegarlo totalmente come modello, che in alcune situazioni può avere addirittura la sua giusta applicazione. Il decostruttivismo invece, quando è creato come modernismo  in una nuova veste, non ha senso di esistere e lessicalmente dovrebbe essere definito al massimo come neo-modernismo.
Per questo reputiamo fandonie tutte quelle storie che ci raccontano gli archistar. Circuire gli ascoltatori ignari e ignoranti quando si è costruita una semplice opera modernista e la si è rivestita con il più strano e costoso involucro che la tecnologia mette a disposizione, non è ne decostruzionismo e nemmeno architettura, quella determinata pratica è solo una truffa ideologica ed economica, all’intelletto e alle tasche dei committenti prima e dei fruitori dell’”opera architettonica” poi.


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