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Il Nero

Spesso ci troviamo a rigettare ciò che le nostre convinzioni – e soprattutto convenzioni – hanno maturato nel tempo.
Il Nero simbolo del male, della morte e degli ultimi, contrapposto al bianco segno di purezza, divinità e luce!

E se ci stessimo sbagliando?

Cosa ci ha mai spinto a considerare il Nero come qualcosa di negativo?Quando si capirà che tutto è stato invertito?
Quando si comprenderà che se proprio dobbiamo trovare un significato nei colori, è che proprio il Nero quello più adatto a rappresentare il bene, la bontà e il tutto?

Il Nero è il tutto si!
Il tutto perché ingloba l’infinità dei colori dell’iride sotto un unico atto cromatico!
Il bianco al contrario è il vero vuoto la vera assenza di colore… Newton si sbagliava, e Goethe aveva ragione nella sua teoria del colore!

Il Nero poi sarebbe associato al male e il bianco al bene… Il male dispotico e accentratore che si contrappone al bene, accogliente e democratico… Eppure è proprio il bianco se affiancato ad altri colori li spegne accentrando tutto su sé stesso! Al contrario il Nero “accende” le cromie, se affiancato ai colori li valorizza e li rende più luminosi… Volete far “brillare” un oggetto che sia dipinto o fotografato? Non vi sfiancate a rendere la sua superficie più chiara o lucente, ma assicuratevi che l’intorno sia scuro, per contrasto l’oggetto splenderà… e se non è questa generosità cromatica non so cosa lo sia!

Infine ci hanno sempre inculcato che la luce (simbolo di vita e del divino) dovrebbe essere rappresentata dal bianco e l’oscurità dal Nero! Anche questo è stato invertito, in realtà la luce non è bianca (seppur è facile rappresentarla così).

La vera realtà è che il bianco è l’unico colore che tende proprio a respingere la luce. Il Nero al contrario, la luce l’accoglie in tutto il suo spettro cromatico e si fa riscaldare e si nutre di essa.

La verità sui colori non sarà mai completamente sviscerata dall’uomo, poiché la fisica, la chimica e la geometria cromatica sono state e saranno le materie più ardue da comprendere e teorizzare.

Una cosa è però certa e che se i colori potessero parlare, eleggerebbero il Nero come loro unico vero padre da venerare

[Stefano Piccinini]



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*** NEWS *** Tramps Super Loft (Interior Design)

Restyling totale del Tramps Super Loft, un appartamento di alto lusso e design a San Benedetto del Tronto.

La linea architettonica riprende lo stile dei loft statunitensi dove l’apertura di un unico grande spazio definisce la zona giorno, suddivisa solo visivamente da arredi minimali e liliali.

Il rapporto superfici finestrate e volume della zona living ci ha portato ad utilizzare un approccio progettuale di design “pulito” con toni chiari.
Anche il light design mantiene una linea moderna e pura, così da strutturare tutto il comparto illuminotecnico con stip led a luce indiretta, generando un ambiente con ombre morbide e luci artificiali omogenee.

La zona notta in contrapposizione con la zona giorno, è stata progettata con un design scuro ed elegante, per mantenere e valorizzare l’antico pavimento in legno.

 

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I Cliff Dwellers del XXI° secolo

<Erano uomini> scriveva Lincoln Steffens <che non volevano un ufficio a meno che non fosse lassù dove l’aria è limpida e fresca, il panorama grandioso e stupendo, e dove c’è silenzio anche nel pieno dell’attività>
Le città aeree erano abitate da una nuova razza di uomini d’affari. In quel periodo li chiamavano i “Cliff dwellers”,a rievocare quelle tribù di nativi americani, antenati dei Pueblo, che vivevano in abitazioni situate nelle grotte dei canyon, a oltre centocinquanta metri di altezza.

Erano gli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del XX secolo, altri tempi direbbe qualcuno, tempi in cui vivere a centinaia di metri da terra poteva essere oltre che prestigioso anche conveniente.

Erano gli anni in cui l’aria era realmente limpida e fresca, e il panorama grandioso, non vi era una cortina di smog fotochimico che oggi irradia di oro marcio le grandi metropoli mondiali.
Non c’era un’inflazione spropositata di edifici prometeici che oggi ricreano l’ambiente metropolitano a livello di terreno, anche nei piani più alti, rendendo inutile la ricercata positiva solitudine e il silenzio, tanto decantati e voluti dai Cliff dwellers di fine XIX secolo.

Cosa resta ora a distanza di centocinquanta anni circa, di quei privilegi assegnati a pochi?
Cosa riserverebbero oggi Daniel Burnham, John Root, Louis Sullivan e i più illustri architetti di quel tempo, ai loro migliori committenti?
Di certo non punterebbero ai migliori attici nei più alti grattacieli della città, perché saprebbero che il più alto grattacielo che costruirebbero oggi, perderebbe entro pochi anni il primato dell’altezza ed entro pochi decenni l’immaginaria prestigiosa solitudine che fece dei cieli di Chicago, un esempio da seguire per decenni.

A noi oggi non stupiscono le grandi città americane che continuano la loro vertiginosa corsa per guadagnare centimetri verso il cielo, non ci stupiscono nemmeno le nuove city  (per lo più arabe) a caccia di prestigio urbano, in rapida crescita, emulanti il modello americano che per anni è stato simbolo di maestosità e forza.
Lo stupore nasce quando centri caratterizzati da un’antesignana forza culturale, decidono dopo un secolo e più di seguire un modello ormai oggi decisamente fallimentare.
Le grandi città europee preferiscono perdere la loro identità per abbracciare un modello che, (se potessero) abbandonerebbero le stesse metropoli americane pioniere di questo stile.

Milano, ultima a compiere questa trasformazione, sarà sconvolta entro pochi decenni da questo stile ormai passato.
Milano guidata in questa tarda corsa verso il cielo, da sedicenti architetti che ipocritamente fanno della sostenibilità un caduceo da impugnare per guadagnare credibilità.
Milano verrà sconvolta da uno stile costruttivo che è abbinabile alla sostenibilità ambientale come Hannibal Lecter può essere abbinato al veganesimo.

L’alternativa alla misoneista conservazione culturale di questo paese (Italia) non è, e non deve essere ricercata nell’emulazione di modelli esteri vecchi di secoli; modelli probabilmente adatti a determinati contesti e determinati periodi storici, ma il più delle volte venefici se riadattati con il solo scopo di ricreare lo stesso effetto che ha evoluto una determinata realtà urbana in passato.

L’ establishment architettonico nazionale ed europeo dovrebbe interrogarsi su tutto ciò, dovrebbe capire che per generare nuova linfa ed una nuova era culturale non si dovranno emulare modelli appartenenti ad altre epoche o altri contesti.
Fare ciò sarebbe deleterio tanto quanto conservare spasmodicamente un patrimonio culturale medioevale, cercando di annullare qualsiasi forma, idea o proposta di evoluzione edilizia.

Purtroppo le idee innovative non si originano dagli eccessivi fondi economici che alcuni governi riservano inspiegabilmente ad archistar visionariamente sterili.
Quando il jet set capirà che aggredire il cielo  con costruzioni prometeiche sarà demodè e dannoso per tutti, forse cercheranno nuove “frontiere” da riservare ai committenti più prestigiosi.
Innovative conquiste edilizie ci saranno, meno egotistiche e puerili, realmente adatte all’ambiente; non semplicemente sostenibili ma completamente fuse con la natura.

Quando questi signori capiranno che il futuro è sotto terra, forse questa nuova frontiera la sperimenteranno in maniera inconsapevole e purtroppo per loro… perpetua.

 

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5 anni di Realtà Virtuale – Il fine ultimo resta sempre la creazione (VR)

Iniziammo a sperimentare l’approccio progettuale tramite virtual reality, a fine marzo del 2016, oggi possiamo dire di aver fuso totalmente questo workflow progettuale nella nostra attività architettonica, rendendolo imprescindibile nella nostra metodologia architettonica…

Più di 40 progetti realizzati in realtà virtuale, di cui alcuni realizzati e perfezionati grazie alla virtual reality stessa.

Un’arma in più che ci ha permesso di far comprendere al meglio il progetto ai nostri committenti, ma anche un metodo di rappresentazione che ha perfezionato la comprensione progettuale alle varie maestranze che ogni giorno ci permettono di realizzare al meglio i nostri progetti.

La Virtual Reality per noi non è stata solo marketing o un’attrazione teatrale per agganciare qualche committente incuriosito da questa tecnologia, senza poi metterla in pratica realmente…

La Virtual Reality per noi non sará  mai solo un visore da mostrare, ma un percorso senza fine dove  il miglioramento realistico della realtà rappresentata dovrà rendere ogni nostra utopia, idea o concept progettuale REALIZZABILE!

Il fine ultimo resta sempre la creazione!

*** NEWS *** Wild Country House (Architecture – Interior – Outdoor design)

Wild Country House, la nuova Luxury Farmhouse che andrà a rinnovare interamente un antico casale svettante sul panorama collinoso e marino della città di Grottammare (AP).
Il carattere rurale delle strutture presenti sul fondo rustico manterranno la loro originaria vocazione, iniettando una rigenerazione stilistica che innalzerà il livello di comfort e design, così da trasformare la struttura in un organismo di alto lusso, integrato perfettamente nel contesto naturalistico.

Le strutture di consolidamento e le tecnologie per elevare il livello energetico della farmhouse saranno progettate per essere invisibili e assoggettate all’estetica rurale e al design della nuova struttura ricettiva.

Lo studio cromatico e materico dei dettagli di outodoor e interior design, studiato per valorizzare le caratteristiche costruttive esistenti faranno rivivere gli antichi muri di pietra e laterizio con l’ambizione di superere il loro splendore originario, grazie anche ad uno studio approfondito del light design, commisto ad una riprogettazione del verde esterno.

Mantenere  l’autenticità dei fabbricati esistenti e quindi del contesto circostante, è il più grande obiettivo di questa impresa progettuale, un carattere agricolo genuino, quasi selvaggio custodito da un alto livello di comfort e lusso, è la meta finale di questo restyling targato Dahlia Studios.


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*** NEWS *** El Nido (Interior Design)

La sfida del Nido, una sfida ardua una sfida dove la committenza cercava la massima funzionalità e il massimo confort raggiungibile, per una casa di diciannove metri quadrati a piano (per tre piani).

Come si può sfruttare al meglio un ambiente cosi piccolo e avere tutti gli spazi che si hanno nelle ordinarie residenze che risultano almeno tre volte più grandi?

La soluzione progettuale che abbiamo ideato è stata quella di alienare  i complementi di arredo e fonderli con le componenti strutturali, così da creare un design compatto e flessibile.
Nel progetto in questione, un ruolo fondamentale lo ricopre la scala di design che riesce ad incorporare a livello funzionale e stilistico sia il tavolo da pranzo che il divano, avvalendosi di un gioco di incastri tra piani, dove le pedate dei gradini si trasformano appunto nel tavolo e nel sofà.

Questo approccio permette di generare uno spazio molto piccolo in cui tutte le funzioni si concretizzano, a dimostrare che non esistono case troppo piccole ma solo case mal progettate.
Il risultato è un ambiente originale, con un alto livello tecnologico, seppur a livello di design sono stati mantenuti alcuni dettagli tradizionali, tipici del centro storico dove sorge l’edificio.

Le cromie variano sui toni del bianco per sfruttare al meglio i rimbalzi di luce che provengono da un solo lato (di ingresso) avvalendosi anche dell’ausilio del lucernaio sopra alla scala di design, che permette di avere una diffusione luminosa degna di una residenza con una conformazione architettonica tradizionale.

 

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Agathis australis (Kauri)

La natura è fantastica, ci mette a disposizione materiali spesso meravigliosi.

Uno di questi  è il Kauri Neozelandese (Agathis australis), una conifera antichissima che oggi è ricercata dalle più grandi aziende mondiali che producono arredi in legno.

Alcune fonti datano le sue origini a circa 150.000 anni fa (Periodo Giurassico).
E’ considerato dagli esperti uno degli alberi più antichi al mondo, oltre che contendere il record della stazza, con le sequoie giganti californiane (può arrivare fino a 50 metri di altezza).
I Tronchi del Kauri sono coperti da una particolare corteccia color grigio-blu che ha la caratteristica di squamarsi in grossi fiocchi che si accumulano intorno alla base dell’albero. Questa particolarità lo rende molto resistente dagli attacchi dei parassiti e molto longevo, non a caso l’albero più grande e anziano della Nuova Zelanda è un Kauri di 1500 anni, alto 50 metri e con una circonferenza di 15 metri, chiamato il lingua Maori “Tane Mahuta” (“il re della foresta”).
La fortuna di avere questo materiale attualmente disponibile, è stata in gran parte fortuita, avendo subìto negli ultimi secoli una grande decimazione.
Da sempre utilizzato dai Maori per la costruzioni di barche, dal 1700 i coloni europei  hanno iniziato la sua deforestazione, abbattendo con soli due secoli circa 1,2 milioni di ettari di foresta. I marinai avevano capito che il legno di tale conifera era di altissima qualità per le imbarcazioni, soprattutto per i pennoni e per gli alberi delle navi.
La fortuna di averlo disponibile è data dalla seconda componente essenziale che la natura in questo caso ci ha messo a disposizione: il terreno Neozelandese.
Il particolare fango, ha sommerso i tronchi secolari e li ha mantenuti in uno stato di conservazione perfetta, per circa 50000 anni, grandi quantità di legno sono rimaste conservate nel sottosuolo, in assenza di ossigeno.  Oggi vengono scoperte vere e proprie miniere di Kauri, tronchi perfettamente conservati, freschi di taglio. La datazione al radiocarbonio accerta l’età dei legni di Kauri fossile, che può variare dai più “giovani” di 7000 anni, ai più antichi che arrivano perfino a 50000 anni di età.
La particolare bellezza di questo prezioso legno è data, oltre che dalla caratteristica colorazione, anche dalle venature ambrate, determinate dalla grande quantità di resina che caratterizza l’albero.

L’uso di questo materiale, molto in voga negli ultimi anni, lo ha reso popolare e molto ricercato dalle aziende produttrici di arredi in legno.
Fantastici e unici i tavoli in Kauri, che possono superare i 10 metri di lunghezza.
Un materiale tanto antico quanto innovativo,  che rispetta la natura, essendo estratto da piante cadute in epoche passate.
Un materiale raro che può anche dare grossi contributi in campi artistici differenti, non solo nel design.

 

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DAHLIA – Morte, Miracoli e Vita

Come ciuffi d’erba a Leimert Park, siamo fermi da quasi un secolo vegliando accidiosi  sulla carcassa mefitica di quel che resta della Dahlia  riconciliatrice di tutte le arti…
L’Architettura dopo un secolo di stasi dogmatica, ripetitiva e meccanica, standardizzata,  industrializzata, senza più una minima traccia di arte nelle vene e privata totalmente di uno spirito edonistico, come la Dahlia che grida giustizia, vuole degna sepoltura, vuole risorgere!

La sua anima chiede vendetta verso coloro che con occhiali tondi, sigari fumanti  in bocca ed ego da star, seppero cavalcare come delle perfette valchirie, i prodotti più arditi dall’industria,  generando il vero ed unico paradigma del  XX sec.
Il suo spirito commisera  coloro  che autodefinendosi iconoclasti , dopo un secolo, continuano a martoriarla, preferendo un modello stilistico tanto sovversivo quanto dannoso, passato e fuori moda.

Johnsoniani, Lecorbuseriani, progettano, copiano e poi rinnegano i loro padri, i loro idoli, cercando di distaccarsi finalmente da essi, senza però il supporto delle idee e soprattutto del buonsenso, con la pervicacia di chi non impara la lezione dal passato.

Le Gabbie culturali sono servite, sono ben salde, le abitiamo credendole loft graziosamente arredati, puri, liliali … e BIANCHI!
Il fondamentalismo geometrico ci ha inglobati, non abbiamo reale identità, siamo una generazione di cloni, partoriti e ammaestrati nelle università gestite anch’esse da cloni.

Rimaniamo ancora fermi come i ciuffi d’erba a Leimert Park mentre la Dahlia continua a morire schiacciata dal prodotto vanaglorioso dei figli e dei nipoti dell’industria, dello standard e dell’onanismo.

Basterebbe poco per liberarci dallo schiavismo ideologico architettonico industriale, e tornare ad essere servi leali della Dahlia.

Basterebbe poco a “ruotare” ed osservare  da “differenti posizioni” come gli attuali paradigmi imposti, possano modificare, generando un modello nuovo, sano e che abbia fini adatti alla natura e all’uomo

 

La Dahlia non sarà più industria, la Dahlia non sarà più standardizzazione ed espressione dell’egotismo dell’ideatore…

La Dahlia risorgerà e sarà la riunificatrice delle arti, rispettando e distaccandosi totalmente dai passati paradigmi, con i soli fini edonistici, alessandrini e biofilici che l’uomo ha sempre abbracciato e per sempre esigerà.

 

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