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Architettura, Matthew McConaughey e l’importanza di dire NO

Spesso per crescere, si deve essere disposti a cercare insegnamenti anche in campi totalmente distanti dalla sfera della nostra attività e del nostro interesse.

Questo è il caso dell’articolo odierno che vuole fare luce sull’importanza del No, rispetto al si, l’importanza di selezionare, l’importanza di togliere piuttosto che aggiungere. 

La ricerca del giusto minimalismo non solo prettamente architettonico, ma anche professionale e gestionale che vuole sussurrarci di smetterla di aggiungere e iniziare a togliere per avere il giusto equilibrio e trarre il massimo dalla nostra professione.

Questo insegnamento ci è stato dato da Matthew McConaughey che vide qualche anno fa decollare la sua carriera dopo aver scoperto l’importanza di dire “NO!”

Dalle sue stesse affermazioni Matthew raccontò:
<Ho girato un sacco di film solo perché volevo recitare e avevo bisogno di pagare l’affitto> …

<«Poi ho cominciato un processo di selezione per eliminazione: non sapevo ancora cosa volevo di preciso, però sapevo benissimo quello che non volevo.>…

<sono passati 18 mesi prima che arrivasse la prima offerta significativa.>…

Tra i primi ad accorgersi del cambiamento ci fu Steven Soderbergh, che nel 2012 gli offrì il ruolo di spregiudicato spogliarellista in Magic Mike (transizione necessaria per evolvere da surfista romantico in attore di concetto). Quindi ci sono stati il cameo (valso una nomination) in The wolf of Wall street, la prima stagione di True detective – «L’ho adorato» – e la consacrazione definitiva: con Dallas Buyers club con cui vinse tutto, dall’Oscar in giù…

 

Questa illuminante testimonianza ci fa capire che evitare di buttarci in alcuni progetti/commissioni, (seppur apparentemente più o meno redditizie) permetterebbe di rendere più qualitativa la cosa professionalmente più preziosa che abbiamo, ovvero la nostra reputazione percepita in un determinato campo. 

Questa percezione per essere elevata necessita di qualità piuttosto che quantità, per questo motivo nessun progetto o committente dovrebbe prendere la nostra attenzione e farci accettare un determinato ruolo, qualora la qualità sia palesemente scadente. 

Nessuna retribuzione economica dovrebbe sopperire questa carenza di qualità (e spesso tali “avventure professionali” si rivelano alla fine scarse anche sotto il profilo economico)

Quindi qualità prima di quantità, reputazione prima del semplice tornaconto economico…perché come disse Frank Lloyd Wright, per fare una grande opera architettonica prima di tutto serve un “grande” committente…

e lo diceva anche Nietzsche:< …le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari…> … e noi siamo i soli artefici di quello che vogliamo e soprattutto meritiamo di diventare!

 

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La Triade Vitruviana e la Triade Dahliesca

[riprende i temi del post: NON COPIARE LE RIVISTE, COPIA LA NATURA del 25-03-2022]

Parliamo di metodo di progettazione, domandandoci e chiedendoci cosa non vada nel criterio adottato dai progettisti contemporanei (anziani o giovani che siano), divenuto tale da sfornare forme ed architetture identiche e in genere sterili, imprescindibilmente dalla funzione e dal contesto che dovrà ospitarle.

Mancano le idee?
Noi crediamo che la mancanza di idee non sia il problema principale.
Certo ogni progettista può vantare più o meno capacità nella composizione di un nuovo progetto, e (purtroppo) l’eclettismo della forma è diventato l’unico modo per valutare un architetto;
ma questo, a nostro avviso, non è la problematica che limita il prodotto architettonico oggi!

Può essere colpa della grande diffusione di riferimenti architettonici?
Questo è sicuramente un problema, ma non il problema.
La facilità di consultazione delle riviste, e la loro grande diffusione oggi, è sicuramente limitante per molti.
Troppe informazioni raccogliamo, così che, quando tocca a noi progettare, automaticamente rivomitiamo le stesse forme e gli stessi concetti che abbiamo assimilato con la grande diffusione di riviste e immagini di progetti di altre persone.
Lasciamo perdere i consigli di alcuni nostri ignavi professori universitari, che ci imponevano di portare riferimenti architettonici prima di progettare.
Abbandoniamo l’idea che un progetto nuovo debba nascere per forza consultando progetti con funzioni simili.
I progetti non saranno mai simili!
Come possiamo essere così superficiali da credere che un progetto in un contesto differente dal nostro, in un differente paese con dissimile cultura dei fruitori e con problematiche e punti di forza tipiche di ogni realtà sociale, possano andare bene anche per la nostra situazione?
Chiudiamo allora a doppia mandata l’armadietto delle riviste, almeno tre giorni prima di iniziare ad ideare un nuovo progetto.

Detto questo si dovrebbe aver intuito quale è il problema che affligge oggi il mondo architettonico.
La piaga principale a nostro avviso è la mancanza di sensibilità!

La mancanza di sensibilità limita molto, allontana il progettista dal vero metodo progettuale, che dovrebbe apprendere prima di progettare e consisterebbe nel ragionamento e nella pianificazione ottimale delle tre qualità a cui l’opera architettonica, alla fine  dovrà rispondere:
– ESALTAZIONE DELLA FUNZIONE (che innalzerebbe l’essere umano fruitore)
– FUSIONE CON IL CONTESTO (rispetto della natura)
– LUNGIMIRANZA FUTURA (La previsione di come l’opera evolverà nel futuro)

Questo dovrebbe essere a nostro avviso l’inizio; poi da questo studio precipuo, si vedranno le qualità architettoniche, in grado di sviluppare questi tre punti nel modo migliore.

Vitruvio osservava che l’architettura deve soddisfare tre categorie (triade vitruviana):
– Firmitas (Solidità)
– Utilitas (Funzione)
– Venustas (Bellezza)

Vitruvio aveva ragione, ma non ci aveva indicato la via per il loro raggiungimento.

L’Utilitas è colei che rende l’uomo felice di godere dell’opera architettonica, per questo l’utilitas si raggiunge con l’esaltazione della funzione, quindi l’attenzione progettuale a colui che godrebbe dell’opera, l’attenzione ai fruitori, l’amore per l’essere umano.

La Venustas è la bellezza, ma la bellezza è la proporzione e la proporzione è il rispetto delle forme e degli equilibri che l’uomo ha imparato ad osservare nella natura.
La bellezza è quindi il rispetto della natura, il contesto che non viene sconvolto, l’opera architettonica che prima di nascere chiede il permesso di esistere, e si interroga (assieme al suo progettista) se un determinato contesto, sarebbe sconvolto o migliorato dalla costruzione di un determinato progetto.

La Firmitas infine, è la solidità; ma la vera importanza della solidità non è data solo dalla longevità statica dell’edificio. La solidità è data dalla lungimirante  pianificazione  del progetto.
La solidità è la perpetua idoneità del progetto al contesto, per decenni, per secolo, per sempre.


Utilitas, Venustas e Firmitas che si raggiungerebbero con la devozione all’essere umano, alla natura e al futuro dell’opera, sarebbero il giusto inizio del metodo progettuale.
L’architettura dovrebbe essere questo, il resto sono solo copie a volte mal riuscite, di opere poco architettoniche e molto scultoree di archistar che un bel giorno hanno deciso di fare arte autoreferenziale ed auto-rappresentativa (come è tipico e giusto che faccia l’arte), che non entrava in un museo!

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Il Veleno dell’Architettura

(Quello che poteva essere e non è stato)

Zaha Hadid consigliava che per avere una vita felice bisognava tenersi lontani dalla professione dell’architetto…
Bjarke Ingels riconosceva il paradosso dell’architetto, a cui nessuno affiderebbe una vera costruzione architettonica se non si è giá costruito architettura…
Ancor prima il grande Frank Lloyd Wright svelava che l’unico modo per fare una buona architettura era avere un buon budget e “carta bianca”…

La verità è che oggi il “titolo” di architetto chiunque è in grado di guadagnarselo,  MA il vero status di architetto non si raggiunge senza aver imparato a digerire l’inferno dell’edilizia in cui precipitiamo ogni giorno…
Un VELENO che in dosi costanti e decenni di indigestioni diventa alla lunga un antidoto…

La realtà è che di progetti architettonici veri (non edilizia che è altra cosa) solo una percentuale tra il 5 e il 10 % vede la luce…e di quel 5-10% solo un 5-10% viene realizzato come era stato concepito…(stime non mie ma di Mr B.I.G. sopra citato).
Questo dovrebbero dire il primo giorno che si entra in una facoltà di architettura.
Bisognerebbe saperlo prima di godere dei progetti altrui mal riusciti, e bisogna saperlo comunque prima di mettersi a tavolino a studiare la prossima forma, il prossimo progetto, che puntualmente verrà modificato e declassato a semplice opera edilizia, da qualcuno (committente, ingegnere, impresa) che ha le SUE leggittime ragioni esecutive.

Ma questo è anche quello che distingue chi fa edilizia appunto, da chi cerca di fare architettura…

Se non si è delusi da quello che alla fine viene costruito, vuol dire: o essersi piegati definitivamente alla professione di progettista edile, o aver battuto il veleno dell’architettura. A volte la delusione è forte, a volte è minima…ma senza delusione non c’è evoluzione…

Beati quelli che vedono solo edilizia più o meno riuscita e valutano tutto in base alla quantità di metri quadri di un’opera..e non sentono il sapore dell’architettura…si risparmiano l’inconsapevole coprofagia in cui tutti siamo ormai destinati.

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Non copiare le riviste, copia la Natura

Quello che oggi insegnano nelle università di architettura, prima di iniziare l‘attività di composizione architettonica (o di design),  è riassumibile dalla serie di click che il mouse compie per visualizzare sul pc il primo sito utile di raccolta di immagini di architetture più o meno realizzate, che servirebbero (a detta loro) ad offrirci, l’unico impulso di ispirazione progettuale.

Il “riferimento architettonico” lo chiamano, per noi da sempre rappresenta il principale contraccettivo di idee nella pratica architettonica.

L’insufficienza di idee che accomuna la grande maggioranza dei professori universitari, e dei loro assistenti, si riversa molto spesso sui discenti, che per ovvi motivi vengono considerati sprovvisti della minima visione ideologica, e vengono costretti purtroppo a scopiazzare modelli architettonici che il più delle volte hanno anche l’aggravante di essere delle prometeiche opere di archistar.

Il risultato è  l’appiattimento ideologico progettuale degli studenti, e la conseguente omologazione dei progetti che scaturiscono da esso, così che il sedicente professore, circondato dagli iloti assistenti, il giorno dell’esame è costretto a valutare gli allievi tramite metodi risibili di valutazione, come ad esempio: la qualità grafica degli elaborati, la precisione della realizzazione dei modellini tridimensionali o il più delle volte dall’avidità della leccata di culo…(ops, questo cancelliamolo)  in base alla capacità di asservimento dello studente in esame.

Dovrebbero prima di tutto bandire le riviste nelle università; poi bloccare nelle linee interne accademiche i siti dove compiere ricerche dei “riferimenti architettonici”; ed infine selezionare al meglio i professori da porre nei laboratori di progettazione architettonica.
Le riviste lasciamole alle allampanate signore di mezza età il cui hobbie preferito è improvvisarsi interior designer e restylizzare la casa compulsivamente ogni primavera.
Nelle linee intranet accademiche bloccate oltre ai siti di pornografia, anche i siti di sodomia architettonica… E i professori sceglieteli per merito non per “successione programmata”, nemmeno appartenessero a dinastie faraoniche.

L’architettura è una scienza ed un’arte allo stesso tempo. A differenza di quello che insegnavano alcuni celebri rappresentanti  del movimento moderno, non è di facile comprensione e di facile esecuzione.
Di certo per rendere agevole la pratica architettonica il metodo migliore non è la sterile imitazione e il conseguente adattamento di forme già progettate da altri architetti, in contesti differenti e con funzioni distinte, come cercano di insegnarci questi nocivi docenti.
Non vogliamo generalizzare e non considerare le pur numerose eccezioni.
Esistono molti professori che, non solo rispettano il loro importantissimo lavoro, ma riescono anche ad essere d’ispirazione agli studenti.
Purtroppo però, come spesso avviene in questa nazione, la parte positiva è in netta minoranza rispetto all’inettitudine e alla inidoneità della maggioranza.

E allora quale sarebbe il giusto approccio iniziale all’attività architettonica?
La risposta potrebbe essere ampia, troppo discorsiva e quindi (in questo contesto) infruttuosa; di certo escludiamo assolutamente l’azione di imitazione ai modelli esistenti.
In questo Journal, possiamo solo delineare la nostra analisi per la quale:
Ogni progetto ha una sua funzione.
Ogni progetto ha un suo contesto.
Ogni progetto ha un contesto che con il tempo modifica la sua conformazione.
Ogni progetto quindi è differente da un altro, e non esisteranno mai progetti in contesti uguali e con funzioni identiche. L’architettura di imitazione ha saputo solo generare architetture infelici e malsane.
Il futuro sarà l’architettura della personalizzazione.
Le variabili progettuali sono tante e a volte troppe, il percorso progettuale è lungo e articolato; ma se proprio si è costretti ad imitare qualcosa, l’unico modello da prendere come  spunto resta sempre e solo la natura.

Se non si riesce ad avere un’inventiva fruttuosa e benefica, commista ad un metodo progettuale positivo; copiando la natura, per lo meno si limiterebbero di tanto gli errori che giorno per giorno, vengono riproposti in ogni progetto concepito per imitazione.


p.s.: E allora che fine dovrebbero fare le riviste di settore???… oltre che guarnire il portariviste dell’eburneo bagno delle signore di cui sopra… Potrebbero benissimo essere utilizzate dai professionisti (architetti e designer); ma non prima di iniziare una progettazione; semmai successivamente, nelle fasi finali di rifinitura e di perfezionamento del progetto finito architettonico.


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Vitruvio e la Personalizzazione Architettonica

Abbiamo spesso criticato lo stile modernista e i costanti richiami allo standard brutale.
Abbiamo spesso argomentato perché oggi, più che in passato, l’architettura ha bisogno di una ricerca  che risponda alla customizzazione, piuttosto che ai modelli industriali preconfezionati.

Oggi ribadiamo tutto ciò chiamando in causa Vitruvio e il suo De Architettura, analizzando un piccolo ma significativo passo del suo trattato (I Libro).

Quando Vitruvio parla delle sei categorie dell’architettura, esponendole una per una in modo dettagliato, si sofferma sull’ultima di queste, la distributio, dove palesemente  espone la sua visione architettonica in tema di personalizzazione.
Si afferra bene tra le righe di questo estratto del trattato, la sua idea nonostante i restanti libri non siano sempre chiari, criticati in passato da Leon Battista Alberi principalmente per il pedestre registro linguistico.

Il criterio di distributio è per noi fondamentale per ribadire la linea anti standard che caratterizzava nella gloriosa antichità, le opere che noi contempliamo ieraticamente oggi.

L’ultima frase riassume tutta la visione vitruviana riguardo la personalizzazione, che per noi è una caratteristica fondamentale nella progettazione architettonica; trascrivendo:
“Insomma occorre saper destinare a ciascuno il tipo di abitazione che meglio risponda ai suoi bisogni.”

Noi lo ripeteremo all’infinito che la diversità del contesto dove sorge l’opera architettonica (semplice residenza o opera pubblica che sia), e le diverse caratteristiche dei fruitori dell’edifico, implicano una progettazione che mai potrà essere creata in maniera seriale, con l’intento di accontentare tutti, perché gli ultimi decenni ci mostrano che accontentare tutti vuol dire soddisfare nessuno!
Gli unici che traggono profitto dalla pratica architettonica standardizzata sono gli stessi progettisti (architetti, ingegneri ecc) e i costruttori, che riescono a piazzare un prodotto con scarsa qualità e una superficiale ricerca architettonica.

Non possiamo e non dobbiamo puntare a piazzare e vendere le opere architettoniche standardizzate come fossero partite alimentari scadute, come ci insegnano le università e come ci hanno insegnato i maestri modernisti.

L’attuale crisi architettonica e urbanistica, delle periferie è stata generata principalmente da questo superficialismo architettonico.
Conoscere non solo le opere dell’antichità (viaggiando e visitandole direttamente) è importante, ma è altrettanto importante conoscere il criterio che le ha generate, così da donare ai nostri posteri le stesse bellezze che oggi contempliamo grazie ai nostri antenati.

 

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James Stevens Curl Docet

<… gli architetti raramente leggono: guardano solo immagini seducenti e assorbono slogan…> [Prof. James Stevens Curl_ Prefazione al libro: “Architettura e Demolizione” di Nikos Salingaros]

tendiamo in genere ad allungare troppo i nostri articoli…oggi direi che non c’è altro da aggiungere!


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